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Quiz by c00p3rdaley@gmail.com
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La classificazione dei beni di consumo La scelta della strategia migliore per un dato prodotto dipende dalle caratteristiche del prodotto stesso e dall'obiettivo perseguito dall'impresa nell'ambiente competitivo in cui opera, si stabilisce una distinzione fra 4 sottogruppi: 1) I prodotti d'acquisto corrente (convenience good) sono i beni che il consumatore acquista con il minimo sforzo possibile, di frequente e in piccole quantità , adottando un comportamento d'acquisto abitudinario. Questa categoria può essere suddivisa in: prodotti di prima necessità : sono acquistati regolarmente e includono la maggior parte dei prodotti alimentari, l'acquisto è facilitato dalla fedeltà alla marca e dalla pubblicità ripetitiva. prodotti d'impulso: vengono acquistati senza alcuna premeditazione (patatine);devono essere disponibili in più negozi; la confezione e gli espositori sono importanti per la loro vendita. prodotti d'urgenza: vengono acquistati per soddisfare un bisogno inaspettato e urgente, vanno acquistati nel momento del bisogno quindi devono essere disponibili in diversi tipi di punti vendita (cerotti, disinfettanti ecc.); per questi prodotti, l'impresa non ha scelta: è necessaria la massima copertura del mercato perché, se il cliente non trova il prodotto o la marca desiderata nel momento e nel luogo in cui vuole acquistarla, sceglierà un'altra marca. 2) I prodotti di acquisto ragionato (shopping good) sono prodotti per i qualà si percepisce un livello elevato di rischio, per cui i consumatori investono tempo e impegno per confrontare le caratteristiche di prodotti alternativi, in base a criteri come la qualità , il prezzo, lo stile ecc. es. mobili, abiti... prodotti a prezzo elevato e a bassa frequenza d'acquisto. In questi casi, i clienti potenziali si recano in vari punti vendita prima di decidere l'acquisto e il personale di vendita esercita un'influenza notevole sulla decisione finale. Per questi prodotti è indicata la distribuzione selettiva, in quanto serve la collaborazione del dettagliante e l'ubicazione adeguata del punto vendita. 3) I prodotti esclusivi (specialty good) sono prodotti con caratteristiche uniche; all'acquisto di tali beni il consumatore è pronto a dedicare molti sforzi, si tratta di marche di prodotti di lusso es. auto, alta moda ecc. Per questi prodotti, i clienti non procedono a confronti tra le marche: cercano il punto vendita dove è disponibile il prodotto o la marca desiderata. Il fattore determinante è la fedeltà al prodotto o alla marca, per il produttore di un bene specifico, la distribuzione esclusiva rappresenta la migliore soluzione. 4) I prodotti non ricercati sono quelli che i clienti non conoscono, o quelli che sono noti ma non c'è interesse spontaneo, rientrano, per esempio, apparecchiature per il controllo della temperatura o assicurazioni sulla vita. Questi prodotti non ricercati richiedono sforzi di vendita notevoli e la collaborazione dell'intermediario è indispensabile. 16.6 Le politiche di comunicazione nella rete distributiva Per conseguire gli obiettivi di marketing dell'impresa, è necessaria la collaborazione dei distributori. Per ottenere tale impegno da parte degli intermediari, l'impresa può scegliere 2 politichecomunicative: Le politiche push Consiste nel concentrare gli sforzi di comunicazione e di promozione sugli intermediari, in modo da stimolarli a collaborare con l'azienda, inserire il prodotto nei loro assortimenti, immagazzinarlo in quantità consistenti e garantirgli lo spazio di vendita adeguato. L'obiettivo è quello di sollecitare la collaborazione volontaria del distributore che, a seconda degli incentivi e delle condizioni di vendita che gli vengono proposti (margini elevati, sconti sulle quantità , pubblicità nel punto vendita, budget promozionali, distribuzioni gratuite), tenderà a privilegiare il nostro prodotto, quindi è indispensabile un programma di incentivi. Il rischio di questa strategia è che potrebbe rendere l'impresa dipendente dall'intermediario, che ne controlla l'accesso al mercato. Le politiche pull Consiste nel tagliare fuori gli intermediari e cercare di costruire la domanda dell'impresa rivolgendosi direttamente ai potenziali consumatori nel segmento target. L'obiettivo comunicativo è quello di creare una forte domanda da parte del consumatore finale e di sviluppare la fedeltà alla marca in modo che il distributore sia costretto a inserirla nel proprio assortimento, per soddisfare le richieste del consumatore. Sono necessarie spese sulla comunicazione in pubblicità sui media, promozioni ai consumatori e altri mezzi di mkt diretto, se si ha successo, il produttore avrà il potere d'influenzare i partecipanti al canale distributivo e di indurli a prendere in carico la marca.. Procter & Gamble adotta una politica pull per lanciare i nuovi prodotti. Però questa politica richiede ingenti risorse finanziarie per coprire i costi delle campagne pubblicitarie, si tratta di costi fissi mentre adottando una politica push, i costi sono proporzionali ai volumi di vendita e diventano più sostenibili, in particolare per le piccole imprese. Una politica pull va considerata un investimento a lungo termine: l'obiettivo dell'impresa è quello di creare un capitale di reputazione, il cosiddetto "brand equity". In pratica le due politiche di comunicazione sono utilizzate insieme. 16.7 L'analisi dei costi di distribuzione I costi di distribuzione sono misurati dalla differenza tra il prezzo unitario di vendita pagato dal consumatore finale e il prezzo pagato al produttore dal primo acquirente. Il margine di distribuzione s'identifica dunque con il concetto di valore aggiunto del canale distributivo. Laddove più intermediari intervengono nel processo distributivo, il margine di distribuzione è costituito dalla somma dei margini del diversi Intermediari. I margini di distribuzione Si esprime in termini percentuali, si calcola sia in rapporto al costo d'acquisto (C), sia in rapporto al prezzo di vendita (P). Si parla di margine di distribuzione (D) come di mark-up (o "ricarico") e di"sconto". Abbiamo diverse formule di calcolo: Costi di distribuzione (CD) ➨ CD = Pcf - Ppa Pcf = prezzo pagato dal consumatore finale Ppa = prezzo pagato al produttore dal primo acquirente Margine di distribuzione (MD) = volume d’affari del canale (VA) MD = ∑ md n md = Pv - Pa n = margini dei diversi intermediari In un sistema di distribuzione indiretto, il margine di distribuzione è uguale alla somma dei margini dei distributori IL MARGINE DEL DISTRIBUTORE (D) = prezzo di vendita - costo d'acquisto = D = P - C IL MARGINE DI DISTRIBUZIONE IN PERCENTUALE sul prezzo di vendita (sconto): D* = P-C / P sul costo di acquisto (mark-up): D° = P-C / C REGOLE DI EQUIVALENZA D*= D° /1 + D° D° = D* /1 - D* Calcolo del prezzo di vendita al cliente Costo di acquisto = 90€; Sconto = 25% Prezzo di vendita al dettaglio = 90€/ (1 - 0,25) = 90€/0,75 = 120€ I margini di distribuzione sono espressi in relazione al prezzo di vendita, ma la prassi può variare fra un settore e l'altro e fra un'impresa e l'altra, inoltre dipende dalla posizione occupata dall'intermediario nella rete e remunera la funzione o le funzioni esercitate. In alcuni casi, l'intermediario beneficia di più margini. Confronto tra prezzo di listino, di fattura e finale I margini di distribuzione costituiscono solo una parte del margine totale, bisogna distinguere tra; ➤prezzo di listino è il prezzo ufficiale, pubblicato nel tariffario o nel listino dell'azienda. ➤prezzo di fattura è il prezzo di listino al netto delle deduzioni "in fattura" che andrebbero conteggiate in aggiunta allo sconto standard per il distributore, per esempio, di sconti speciali al distributore, sconti all'utente finale e promozioni in fattura. ➤prezzo finale è il prezzo di fattura senza le deduzioni "aggiunte fuori fattura", come lo sconto per i pagamenti in contanti, i costi del conto clienti, le indennità , i rimborsi, i programmi promozionali fuori fattura e le spese di spedizione, inoltre confezioni speciali o supporto tecnico.. sottraendo dal prezzo finale il costo di questi servizi si ottiene il margine finale, ossia la misura della redditività del prodotto. Confronto fra costi di distribuzione Il margine di distribuzione remunera le funzioni e i compiti della distribuzione assunti dagli intermediari. Nel canale indiretto lungo, la maggior parte dei compiti fisici di distribuzione (stoccaggio e trasporto) sono svolti dai grossisti e i costi sono proporzionali al volume d'affari del fabbricante e coperti dal margine del grossista e del distributore. Il produttore deve mantenere un servizio commerciale minimo, con spese fisse a suo carico ridotte però l'impresa esercita un controllo scarso sull'organizzazione di vendita. Nel canale indiretto breve, la quota di spese fisse diventa preponderante rispetto al costo totale di distribuzione; il fabbricante deve sostenere le spese della distribuzione fisica, organizzare una rete di magazzini e un'amministrazione delle vendite, sugli oneri finanziari prodotti dalla gestione delle scorte e del conto vendita della clientela, come pure la funzione di vendita. L'adozione di questo canale implica per il fabbricante, un rischio finanziario maggiore, però l'impresa è in grado di esercitare un miglior controllo sulla propria organizzazione commerciale, essendo in contatto diretto con la domanda finale. L'indice di redditività di ciascuno di essi si calcolerà nel modo seguente: R = volume d'affari - costi di distribuzione /costi di distribuzione dove R rappresenta una valutazione dell'indice di redditività previsto, tenendo conto dell'insieme dei costi che ogni canale comporta. 16.8 L'impatto di internet sulle decisioni di distribuzione Internet sta migliorando l'efficienza dei mercati, creando situazioni prossime alla concorrenza pura o perfetta, l'impresa che controlla l'accesso dei prodotti sul mercato possiede un importante vantaggio competitivo. Nell'e-business, invece di vendere ciò che produce, l'impresa virtuale vende ciò che può offrire, non importa chi provvederà al processo di fabbricazione dei prodotti. La tentazione di disintermediazione Internet potrebbe consentire alle imprese di trattare direttamente con il cliente finale, scavalcando le reti di distribuzione esistenti e riducendo i costi di transazione, si definisce disintermediazione. Prima di considerare la disintermediazione, è utile verificare se ciascuna applicazione online "completa" o "sostituisce" le operazioni offline, in molti casi, la soluzione migliore è data da una combinazione delle due, promuovendo in tal modo la complementarietà . Andare contemporaneamente online e offline? Offrendo gli stessi prodotti agli stessi clienti, con la stessa marca contemporaneamente online e offline, si possono generare dei forti conflitti di canale, possono essere: Conflitti interni ⟹ quelli tra due o più canali di commercializzazione impiegati dall'impresa; esistono 4 tipi di conflitti interni: 1. Cannibalizzazione tra canali: la creazione di un nuovo canale di vendita può determinare una ridistribuzione del volume complessivo di vendite tra i canali, che si traduce in una cannibalizzazione dei canali esistenti, a favore di quelli nuovi. 2. Sottoutilizzazione delle infrastrutture fisiche: i canali di vendita al dettaglio necessitano di Investimenti in beni materiali come negozi, uffici... L'ottimizzazione del numero, delle dimensioni e dell'utilizzazione di queste risorse è importante, se volumi consistenti di vendite vengono spostati online, l'equilibrio potrebbe saltare, con un impatto negativo sui costi totali. 3. Discriminazione di prezzo tra I canali: l'impresa che utilizza anche un canale di distribuzione online si troverà a competere con imprese che operano esclusivamente su Web e che hanno costi e prezzi più bassi, ciò la spingerà a ridurre i prezzi online, causando possibili problemi con i propri clienti tradizionali, i quali potrebbero ritenere di pagare troppo offline. 4. Desincronizzazione dei canali: i clienti non distinguono tra i canali di vendita per la stessa marca, ma selezionano semplicemente il canale più conveniente, aspettandosi un certo grado di integrazione tra l'online e l'offline. Conflitti esterni ⟹ quando operatori terzi indipendenti sono coinvolti nella rete distributiva. 1. Eliminare i dettaglianti tradizionali: nel momento in cui i canali online tolgono volume d'affari ai canali tradizionali, questi ultimi possono ritirare il loro supporto ai prodotti dell'azienda e passare alla concorrenza. 2. Perdere Il controllo del canale: I produttori cercano di controllare i canali che utilizzano, impostando delle quote di vendita per area o per regione e fornendo linee guida rigorose in materia di presentazione e promozione del prodotto, è difficile mantenere lo stesso controllo sul canali online. 3. Spostamento del valore a monte: la fornitura di servizi e di informazioni direttamente da parte dei produttori riduce il ruolo e il valore aggiunto dei rivenditori, le cui funzioni sono limitate alle attività di distribuzione fisica, che sono peraltro le più costose. Esistono delle opzioni per conciliare i canali online e non, che riducono i potenziali conflitti: • inserire sul sito web dell'impresa una presentazione e un catalogo di prodotti senza listino prezzi, in modo, tale che i distributori percepiscono il sito come supporto promozionale; • usare nel sito web lo stesso prezzo di mercato, ma aggiungere le spese di consegna, mantenendo attraente l'offerta del distributore tradizionale; • vendere sul sito web, ma riconoscendo una provvigione ai distributori situati nella zona geografica in cui il prodotto è venduto; • adottare la stessa politica di prezzo dei distributori.
Il produttore che decide di usare degli intermediari per organizzare la distribuzione dei suoi prodotti, deve decidere quanti usarne per ciascun livello, Esistono 3 possibili strategie di copertura: La distribuzione intensiva ➠l'impresa cerca il maggior numero possibile di punti vendita per il proprio prodotto e tende a moltiplicare i centri di stoccaggio per assicurare la massima copertura dell'area di vendita e la massima esposizione per la marca; si adatta ai prodotti di acquisto corrente e ai servizi di facile esecuzione. es. i Pocket Coffee che sono venduti ovunque sia possibile. Vantaggi: massimizza la disponibilità del prodotto e consente di generare una quota di mercato consistente grazie all'elevata esposizione della marca ai potenziali clienti. Rischi: il volume d'affari può differire da un distributore all'altro, mentre il costo di contatto è identico per ogni intermediario, l'aumento del costo di distribuzione può compromettere la redditività . Quando il prodotto è distribuito in larga misura in punti vendita molteplici e differenziati, l'impresa rischia di: perdere il controllo della sua strategia di marketing, non riuscire a prevenire la concorrenza sleale in fatto di prezzi, una riduzione della qualità del servizio e la mancanza di collaborazione. Infine questa distribuzione è spesso incompatibile con la salvaguardia di un'immagine di marca coerente e di un posizionamento preciso nel mercato. La distribuzione selettiva ➠Il produttore ricorre, in una determinata area geografica, a un numero di intermediari inferiore rispetto al numero di intermediari disponibili; è indicata per i prodotti il cui acquisto è ponderato e non frequente (shopping good), e per I quali il cliente procede a un confronto tra i vari prezzi e tra le varie caratteristiche delle offerte presenti sul mercato.es. Burberry distribuisce i suoi prodotti di abbigliamento in negozi specializzati, accuratamente selezionati. Questa distribuzione può scaturire dal rifiuto di una parte di dettaglianti di accettare il prodotto nel proprio assortimento, perché si abbia distribuzione selettiva voluta dal produttore, deve essere quest'ultimo a selezionare i propri intermediari; esistono diversi possibili criteri di scelta: La dimensione del distributore, misurata dal suo volume d'affari, costituisce il criterio più usato. La qualità del servizio offerto; alcuni distributori sono in grado di svolgere alcune funzioni in modo più efficace di altri. La competenza tecnica e l'attrezzatura aggiornata del distributore sono criteri importanti soprattutto nel caso dei prodotti complessi, per i quali la qualità dell'assistenza post vendita è fondamentale. Optando per questa distribuzione si accetta di limitare la disponibilità della propria offerta, onde ridurre i costi di distribuzione e ottenere una migliore collaborazione da parte degli intermediari, questa collaborazione ha diverse forme: la partecipazione alle spese di pubblicità e di promozione; l'inserimento di prodotti nuovi o non richiesti, il mantenimento di un livello minimo di scorte ecc.. Rischi: non garantire una copertura sufficiente del mercato, il produttore deve assicurarsi che il cliente finale sia in grado di identificare facilmente il distributore, altrimenti la ridotta disponibilità conduce a perdite di opportunità di vendita; l'impresa è praticamente obbligata a scegliere un canale di tipo indiretto breve. La distribuzione esclusiva e I sisterni di franchising ➠in una zona predeterminata, un solo distributore ottiene il diritto esclusivo di vendere la marca e s'impegna a non vendere marche concorrenti della stessa categoria di prodotti.es. Louis Vuitton distribuisce i suoi prodotti in negozi esclusivi: a ogni punto vendita viene assegnata una zona in cui nessun altro è autorizzato a rappresentare la marca. Vantaggi: differenzia il proprio prodotto con una politica di alta qualità , di prestigio, la collaborazione con distributori esclusivi facilita la realizzazione dei programmi di servizio al cliente del produttore. Vantaggi e inconvenienti sono gli stessi della distribuzione selettiva, ma accentuati. Una forma particolare è il franchising ➠forma di marketing verticale contrattuale integrato che fa riferimento a un sistema completo di distribuzione dei beni e dei servizi. Esso implica una relazione contrattuale continua in cui l'impresa affiliante (franchisor) dà ai suoi affiliati (franchisee) il privilegio di vendere il proprio prodotto o servizio che è molto conosciuto. Il franchisee accetta di pagare una quota iniziale e/o royalties calcolate sulle vendite e di ricevere assistenza e servizi dal franchisor;Il franchisee acquista il diritto di utilizzare una formula di successo e beneficia del supporto e delle conoscenze del franchisor. Caratteristiche di un franchising efficace: si commercializza un prodotto o servizio di alta qualità ,la domanda del prodotto o servizio è universale,viene offerto servizio ed assistenza iniziale e continuativi, vengono specificati il canone iniziale e le royalty, coinvolge il franchisee nella gestione e sviluppo del sistema, specifica procedure di rinnovo, annullamento e proroga del contratto. La classificazione dei beni di consumo La scelta della strategia migliore per un dato prodotto dipende dalle caratteristiche del prodotto stesso e dall'obiettivo perseguito dall'impresa nell'ambiente competitivo in cui opera, si stabilisce una distinzione fra 4 sottogruppi: 1) I prodotti d'acquisto corrente (convenience good) sono i beni che il consumatore acquista con il minimo sforzo possibile, di frequente e in piccole quantità , adottando un comportamento d'acquisto abitudinario. Questa categoria può essere suddivisa in: prodotti di prima necessità : sono acquistati regolarmente e includono la maggior parte dei prodotti alimentari, l'acquisto è facilitato dalla fedeltà alla marca e dalla pubblicità ripetitiva. prodotti d'impulso: vengono acquistati senza alcuna premeditazione (patatine);devono essere disponibili in più negozi; la confezione e gli espositori sono importanti per la loro vendita. prodotti d'urgenza: vengono acquistati per soddisfare un bisogno inaspettato e urgente, vanno acquistati nel momento del bisogno quindi devono essere disponibili in diversi tipi di punti vendita (cerotti, disinfettanti ecc.); per questi prodotti, l'impresa non ha scelta: è necessaria la massima copertura del mercato perché, se il cliente non trova il prodotto o la marca desiderata nel momento e nel luogo in cui vuole acquistarla, sceglierà un'altra marca. 2) I prodotti di acquisto ragionato (shopping good) sono prodotti per i qualà si percepisce un livello elevato di rischio, per cui i consumatori investono tempo e impegno per confrontare le caratteristiche di prodotti alternativi, in base a criteri come la qualità , il prezzo, lo stile ecc. es. mobili, abiti... prodotti a prezzo elevato e a bassa frequenza d'acquisto. In questi casi, i clienti potenziali si recano in vari punti vendita prima di decidere l'acquisto e il personale di vendita esercita un'influenza notevole sulla decisione finale. Per questi prodotti è indicata la distribuzione selettiva, in quanto serve la collaborazione del dettagliante e l'ubicazione adeguata del punto vendita. 3) I prodotti esclusivi (specialty good) sono prodotti con caratteristiche uniche; all'acquisto di tali beni il consumatore è pronto a dedicare molti sforzi, si tratta di marche di prodotti di lusso es. auto, alta moda ecc. Per questi prodotti, i clienti non procedono a confronti tra le marche: cercano il punto vendita dove è disponibile il prodotto o la marca desiderata. Il fattore determinante è la fedeltà al prodotto o alla marca, per il produttore di un bene specifico, la distribuzione esclusiva rappresenta la migliore soluzione. 4) I prodotti non ricercati sono quelli che i clienti non conoscono, o quelli che sono noti ma non c'è interesse spontaneo, rientrano, per esempio, apparecchiature per il controllo della temperatura o assicurazioni sulla vita. Questi prodotti non ricercati richiedono sforzi di vendita notevoli e la collaborazione dell'intermediario è indispensabile. 16.6 Le politiche di comunicazione nella rete distributiva Per conseguire gli obiettivi di marketing dell'impresa, è necessaria la collaborazione dei distributori. Per ottenere tale impegno da parte degli intermediari, l'impresa può scegliere 2 politichecomunicative: Le politiche push Consiste nel concentrare gli sforzi di comunicazione e di promozione sugli intermediari, in modo da stimolarli a collaborare con l'azienda, inserire il prodotto nei loro assortimenti, immagazzinarlo in quantità consistenti e garantirgli lo spazio di vendita adeguato. L'obiettivo è quello di sollecitare la collaborazione volontaria del distributore che, a seconda degli incentivi e delle condizioni di vendita che gli vengono proposti (margini elevati, sconti sulle quantità , pubblicità nel punto vendita, budget promozionali, distribuzioni gratuite), tenderà a privilegiare il nostro prodotto, quindi è indispensabile un programma di incentivi. Il rischio di questa strategia è che potrebbe rendere l'impresa dipendente dall'intermediario, che ne controlla l'accesso al mercato. Le politiche pull Consiste nel tagliare fuori gli intermediari e cercare di costruire la domanda dell'impresa rivolgendosi direttamente ai potenziali consumatori nel segmento target. L'obiettivo comunicativo è quello di creare una forte domanda da parte del consumatore finale e di sviluppare la fedeltà alla marca in modo che il distributore sia costretto a inserirla nel proprio assortimento, per soddisfare le richieste del consumatore. Sono necessarie spese sulla comunicazione in pubblicità sui media, promozioni ai consumatori e altri mezzi di mkt diretto, se si ha successo, il produttore avrà il potere d'influenzare i partecipanti al canale distributivo e di indurli a prendere in carico la marca.. Procter & Gamble adotta una politica pull per lanciare i nuovi prodotti. Però questa politica richiede ingenti risorse finanziarie per coprire i costi delle campagne pubblicitarie, si tratta di costi fissi mentre adottando una politica push, i costi sono proporzionali ai volumi di vendita e diventano più sostenibili, in particolare per le piccole imprese. Una politica pull va considerata un investimento a lungo termine: l'obiettivo dell'impresa è quello di creare un capitale di reputazione, il cosiddetto "brand equity". In pratica le due politiche di comunicazione sono utilizzate insieme. 16.7 L'analisi dei costi di distribuzione I costi di distribuzione sono misurati dalla differenza tra il prezzo unitario di vendita pagato dal consumatore finale e il prezzo pagato al produttore dal primo acquirente. Il margine di distribuzione s'identifica dunque con il concetto di valore aggiunto del canale distributivo. Laddove più intermediari intervengono nel processo distributivo, il margine di distribuzione è costituito dalla somma dei margini del diversi Intermediari. I margini di distribuzione Si esprime in termini percentuali, si calcola sia in rapporto al costo d'acquisto (C), sia in rapporto al prezzo di vendita (P). Si parla di margine di distribuzione (D) come di mark-up (o "ricarico") e di"sconto". Abbiamo diverse formule di calcolo: Costi di distribuzione (CD) ➨ CD = Pcf - Ppa Pcf = prezzo pagato dal consumatore finale Ppa = prezzo pagato al produttore dal primo acquirente Margine di distribuzione (MD) = volume d’affari del canale (VA) MD = ∑ md n md = Pv - Pa n = margini dei diversi intermediari In un sistema di distribuzione indiretto, il margine di distribuzione è uguale alla somma dei margini dei distributori IL MARGINE DEL DISTRIBUTORE (D) = prezzo di vendita - costo d'acquisto = D = P - C IL MARGINE DI DISTRIBUZIONE IN PERCENTUALE sul prezzo di vendita (sconto): D* = P-C / P sul costo di acquisto (mark-up): D° = P-C / C REGOLE DI EQUIVALENZA D*= D° /1 + D° D° = D* /1 - D* Calcolo del prezzo di vendita al cliente Costo di acquisto = 90€; Sconto = 25% Prezzo di vendita al dettaglio = 90€/ (1 - 0,25) = 90€/0,75 = 120€ I margini di distribuzione sono espressi in relazione al prezzo di vendita, ma la prassi può variare fra un settore e l'altro e fra un'impresa e l'altra, inoltre dipende dalla posizione occupata dall'intermediario nella rete e remunera la funzione o le funzioni esercitate. In alcuni casi, l'intermediario beneficia di più margini. Confronto tra prezzo di listino, di fattura e finale I margini di distribuzione costituiscono solo una parte del margine totale, bisogna distinguere tra; ➤prezzo di listino è il prezzo ufficiale, pubblicato nel tariffario o nel listino dell'azienda. ➤prezzo di fattura è il prezzo di listino al netto delle deduzioni "in fattura" che andrebbero conteggiate in aggiunta allo sconto standard per il distributore, per esempio, di sconti speciali al distributore, sconti all'utente finale e promozioni in fattura. ➤prezzo finale è il prezzo di fattura senza le deduzioni "aggiunte fuori fattura", come lo sconto per i pagamenti in contanti, i costi del conto clienti, le indennità , i rimborsi, i programmi promozionali fuori fattura e le spese di spedizione, inoltre confezioni speciali o supporto tecnico.. sottraendo dal prezzo finale il costo di questi servizi si ottiene il margine finale, ossia la misura della redditività del prodotto. Confronto fra costi di distribuzione Il margine di distribuzione remunera le funzioni e i compiti della distribuzione assunti dagli intermediari. Nel canale indiretto lungo, la maggior parte dei compiti fisici di distribuzione (stoccaggio e trasporto) sono svolti dai grossisti e i costi sono proporzionali al volume d'affari del fabbricante e coperti dal margine del grossista e del distributore. Il produttore deve mantenere un servizio commerciale minimo, con spese fisse a suo carico ridotte però l'impresa esercita un controllo scarso sull'organizzazione di vendita. Nel canale indiretto breve, la quota di spese fisse diventa preponderante rispetto al costo totale di distribuzione; il fabbricante deve sostenere le spese della distribuzione fisica, organizzare una rete di magazzini e un'amministrazione delle vendite, sugli oneri finanziari prodotti dalla gestione delle scorte e del conto vendita della clientela, come pure la funzione di vendita. L'adozione di questo canale implica per il fabbricante, un rischio finanziario maggiore, però l'impresa è in grado di esercitare un miglior controllo sulla propria organizzazione commerciale, essendo in contatto diretto con la domanda finale. L'indice di redditività di ciascuno di essi si calcolerà nel modo seguente: R = volume d'affari - costi di distribuzione /costi di distribuzione dove R rappresenta una valutazione dell'indice di redditività previsto, tenendo conto dell'insieme dei costi che ogni canale comporta.
Long Call Option Trading Strategy: Learn the Basics LONG CALL SUMMARY Purchasing a call option is a bullish strategy that gives the buyer the right, but not the obligation, to buy 100 shares of the underlying asset at a specified strike price on or before the expiration date. This strategy is typically employed when an investor believes that the price of the underlying asset will increase in the future. The value of a call option is influenced by several factors, including the underlying asset's price, the strike price, the time to expiration, and implied volatility. As the price of the underlying asset increases and approaches or breaches the long call's strike price, the option's value will appreciate. This is because the option holder has the right to buy the underlying asset at a lower price than the current market price, resulting in a potential profit. Out-of-the-money (OTM) calls have a strike price that is higher than the current market price of the underlying asset. These options are typically cheaper than in-the-money (ITM) calls, which have a strike price lower than the current market price. ITM calls have intrinsic value, which is the difference between the strike price and the current market price, and extrinsic value, which is the additional premium paid for the option's time value. Extrinsic value decays over time as the option approaches expiration, and this can cause the option to lose value, especially if the underlying asset does not move towards the strike price. LONG CALL OPTION Purchasing a call option grants you the privilege, but not the responsibility, to buy 100 shares of the underlying asset at the specified strike price on or before the expiration date. This option grants you the flexibility to capitalize on potential price increases of the underlying asset. The value of a call option is positively correlated with the price of the underlying asset. As the price of the stock or ETF rises and approaches your strike price, the value of your call option increases. This is because the difference between the market price and the strike price widens, giving you a greater potential profit. This characteristic makes call options suitable for bullish strategies where investors anticipate price increases. Conversely, the value of a call option diminishes when the price of the underlying asset drops or remains constant. Time decay, which refers to the gradual loss of an option's value as its expiration date approaches, also contributes to the depreciation of call options. Over time, the intrinsic value of the option, which represents the difference between the strike price and the underlying asset's market price, decreases as the option nears expiration. Additionally, if the price of the underlying asset remains below the strike price, the option may expire worthless, resulting in a total loss of the premium paid. Understanding these dynamics is crucial when trading call options. It allows you to make informed decisions about when to enter and exit positions, taking into account factors such as the underlying asset's price movements, time decay, and market sentiment. Buying call options can provide an alternative strategy to gain long exposure to a stock's price movement without the need for purchasing shares directly. This approach, known as a long call position, offers the potential advantage of lower capital outlay compared to buying shares outright. However, it's crucial to understand the concept of time decay, which significantly impacts the value of long call options. Time decay refers to the gradual decrease in the value of an option as time passes. This phenomenon occurs due to two primary factors: theta and vega. Theta measures the rate at which an option's value decays over time, while vega measures the sensitivity of an option's price to changes in implied volatility. As the expiration date of the call option approaches, both theta and vega work together to erode the option's value. Consequently, to offset the impact of time decay, the underlying stock price must rise at a greater velocity towards the call option's strike price. This is because the intrinsic value of a call option, which represents the difference between the strike price and the underlying stock's current market price, increases as the stock price moves higher. Another important consideration when evaluating call options is the distinction between out-of-the-money (OTM) and in-the-money (ITM) calls. OTM calls have a strike price higher than the current market price of the underlying stock, while ITM calls have a strike price lower than the current market price. OTM calls are typically less expensive than ITM calls because their value is composed entirely of extrinsic value. Extrinsic value refers to the portion of an option's price that is not attributable to its intrinsic value. ITM calls, on the other hand, have both intrinsic and extrinsic value, resulting in a higher cost per contract. As time relentlessly marches forward, the value of call options undergoes a transformation. The extrinsic value, which represents the premium paid for the potential of future price movements, steadily diminishes as expiration approaches. This decay is universal, affecting all call options regardless of their initial strike price or distance from the underlying asset's current price. However, amidst this gradual erosion of extrinsic value, ITM (in-the-money) call options stand as an exception. These options retain their intrinsic value at expiration, which is the difference between the strike price and the underlying asset's price. This characteristic sets ITM call options apart from their OTM (out-of-the-money) counterparts, whose extrinsic value decays entirely to zero near or at expiration. The distinction between ITM and OTM call options underscores the significance of carefully considering both the time frame and strike price when making investment decisions. Traders seeking to maximize their potential gains through call options must be mindful of the impending decay of extrinsic value as expiration draws near. For long ITM call options, the ideal scenario is for the underlying asset to exhibit a significant upward movement. Such a price increase would enhance the intrinsic value of the option, making it worth more at expiration than the initial purchase price. This scenario holds true for OTM call options as well, as they require the underlying asset to move ITM at expiration to possess any value. Prior to expiration, both OTM and ITM call options have the potential to gain a combination of extrinsic and intrinsic value if the stock exhibits a rapid upward trajectory. This dynamic underscores the importance of monitoring market conditions and adjusting investment strategies accordingly. Understanding the Interplay of Time, Strike Price, and Option Value in Call Option Trading: In the realm of call option trading, comprehending the intricate interplay between time, strike price, and option value is paramount to success. These three factors collectively shape the dynamics of call option contracts, allowing traders to make informed decisions and capitalize on market opportunities. Time (Days to Expiration): Time, measured in days until expiration, is a crucial element in call option trading. As expiration approaches, the value of a call option is directly influenced by the time premium. The closer an option gets to expiration, the less time value it holds. This time decay accelerates in the final days leading up to expiration. Therefore, traders must carefully consider the time factor when selecting their expiration dates. Strike Price: The strike price represents the predetermined price at which the underlying asset can be bought (in the case of a call option) or sold (in the case of a put option). When choosing a strike price, traders must assess the current market price of the underlying asset and make an educated guess about its future direction. ITM (In-the-Money) call options are those with a strike price below the current market price, while OTM (Out-of-the-Money) call options have a strike price above the current market price. Option Value: Option value refers to the premium paid by the buyer of an option contract to the seller. This premium comprises two components: intrinsic value and time value. Intrinsic value is the difference between the strike price and the underlying asset's current market price. Time value, as mentioned earlier, is the premium paid for the remaining time until expiration. Auto-Exercise and Expiration Scenarios: Auto-Exercise: Long call options that expire ITM by $0.01 or more will be automatically exercised. This means that the buyer of the call option has the right to purchase the underlying asset at the strike price. If the investor holds only a long call, this will result in 100 long shares per contract purchased at the call option's strike price. On the other hand, investors holding the corresponding short shares will cover or buy shares at the call option's strike price. Expiration Worthless: Any long call options that expire OTM will expire worthless. In this scenario, the investor loses the entire premium paid for the contract, resulting in a maximum loss. Understanding these concepts is instrumental in developing effective call option trading strategies. By carefully considering the interplay between time, strike price, and option value, traders can position themselves to make profitable trades and minimize potential losses. PROFIT & LOSS DIAGRAM OF A LONG OTM CALL A long OTM call option can be profitable if the current market value of the option exceeds the price paid to purchase it. This can occur in two main scenarios: Stock Price Surpasses Strike Price: If the underlying asset's price rises above the strike price of the call option by more than the premium paid for the option, the call option becomes profitable. This is because the intrinsic value of the call option (the difference between the strike price and the underlying asset's price) becomes positive, and the call option can be exercised to purchase the underlying asset at a price below the market price. OTM Call Moves Closer to Underlying Asset Price: Even if the underlying asset's price does not reach the strike price, a long OTM call can still be profitable if the option's price increases. This can happen when there is a quick rally in the underlying asset's price, causing the call option's price to increase as well, even if the strike price is not reached. This is because the time value of the call option increases as the expiration date approaches, and the call option becomes more likely to be in the money. However, it's important to note that long OTM call options can also result in losses if the underlying asset's price does not surpass the breakeven point. The breakeven point is the price at which the call option's intrinsic value becomes equal to the purchase price of the option. If the underlying asset's price remains below the breakeven point until expiration, the call option will expire worthless, and the investor will lose the entire amount paid for the option. The maximum profit potential of a long OTM call option indeed has no theoretical limit, as a stock's price can theoretically rise indefinitely. This means that if the underlying stock price increases significantly, the call option holder can potentially reap substantial profits by exercising the option and buying the stock at the predetermined strike price. On the downside, the maximum loss on a long call option is limited to the premium paid for the option. This premium represents the total amount invested in the option contract and acts as a protective barrier against further losses. If the stock price declines or stays below the strike price at expiration, the option will expire worthless, and the investor will lose the entire premium paid. The flattened red loss zone in the diagram illustrates this limited loss potential. This zone represents the range of stock prices below the strike price at expiration where the option holder will lose money. The loss amount decreases as the stock price approaches the strike price and becomes zero when the stock price equals the strike price. Beyond the strike price, the option holder starts to make a profit. It's important to note that while the maximum profit potential is theoretically unlimited, it is highly unlikely for a stock price to rise dramatically within the short timeframe of an OTM option's expiration period. Therefore, while the potential rewards can be significant, the probability of achieving them is relatively low. PROFIT & LOSS DIAGRAM OF A LONG ITM CALL ITM (In-the-Money) options have a unique characteristic where the price of their intrinsic value directly correlates with the underlying asset's price. This means that for every one point movement in the underlying asset's price, the ITM option's intrinsic value moves by the same amount. While purchasing an ITM option provides immediate intrinsic value, it does not guarantee profitability upon execution. Similar to buying an OTM (Out-of-the-Money) call option, the purchase price of an ITM call must increase for it to be profitable. This requires the stock price to move further above the call strike price. This relationship is visually represented in the diagram, where the red and green zones converge on the x-axis. The maximum potential loss on a long call option is limited to the debit paid for the option, which is represented by the flattened red area in the diagram. This means that the most an investor can lose on a long call is the premium paid for the option, regardless of how far the underlying asset's price moves below the strike price. Understanding the price dynamics and potential risks associated with ITM options is crucial for traders and investors. While ITM options offer immediate intrinsic value, careful analysis and consideration of market conditions are necessary to determine their potential profitability. EXAMPLE OF A LONG OTM CALL OPTION XYZ currently trading @ $45 Buy to Open +1 XYZ 50-strike call @ $4 debit Cost: $4 debit ($400 total, ($4 x 100 shares)) Time Decay Affect Works against the option’s value Max Profit Theoretically unlimited Max Loss Debit paid per contract ($400) Breakeven Price (at expiration) Strike price + debit paid ($54) Account Type Required Cash, Margin, and IRA EXAMPLE OF A LONG ITM CALL OPTION XYZ currently trading @ $45 Buy to Open +1 XYZ 40-strike call @ $7 debit ($5 intrinsic value + $2 extrinsic value) Cost: $7 debit ($700 total) Time Decay Affect Works against the option’s value Max Profit Theoretically unlimited Max Loss Debit paid per contract ($700) Breakeven Price (at expiration) Strike price + debit paid ($47) Account Type Required Cash, Margin, and IRA
Introduction to Hedging Instruments: Forwards, Futures, Options, and Swaps Hedging instruments are financial tools used by businesses and investors to mitigate risk. These instruments help protect against adverse price movements in assets such as commodities, currencies, interest rates, or securities. The four main hedging instruments are forwards, futures, options, and swaps. 1. Forwards A forward contract is a customised agreement between two parties to buy or sell an asset at a predetermined price on a specified future date. Key Characteristics: Over-the-counter (OTC): Traded directly between parties, not on an exchange. Customisation: Can be tailored to suit the needs of the parties involved. Settlement: Occurs at the end of the contract, which may involve physical delivery or cash settlement. Risk: Forwards carry counter-party risk, as there is a possibility one party may default. Example: A company that needs to import raw materials in six months may enter into a forward contract to lock in the current price, avoiding the risk of price increases. 2. Futures A futures contract is similar to a forward, but it is standardised and traded on an exchange. This standardisation eliminates counter-party risk. Key Characteristics: Standardised: Contract size, expiration, and other terms are fixed by the exchange. Mark-to-market: Gains and losses are settled daily. Liquidity: Futures are highly liquid because they are traded on exchanges. Regulation: As they are traded on formal exchanges, they are more regulated than forwards. Example: A wheat farmer may sell futures contracts to hedge against a possible decline in wheat prices before harvest. 3. Options Options provide the right, but not the obligation, to buy or sell an asset at a specified price on or before a certain date. There are two types of options: call options and put options. Call Option: Gives the holder the right to buy an asset at a predetermined price. Put Option: Gives the holder the right to sell an asset at a predetermined price. Key Characteristics: Premium: The buyer pays a premium upfront to obtain the option. Limited Risk: The maximum loss is limited to the premium paid. Flexibility: Options can be used for speculative or hedging purposes. Example: An investor holding stocks may buy a put option to protect against potential declines in the stock's price. 4. Swaps A swap is a contract in which two parties agree to exchange cash flows or liabilities over a specific period. The most common types are interest rate swaps and currency swaps. Key Characteristics: Customizable: Like forwards, swaps are often tailored to meet the needs of the parties involved. Counterparty Risk: Swaps are typically OTC instruments, exposing parties to default risk. Common Uses: Used to manage interest rate risk or currency risk. Example: A company with a variablerate loan may enter into an interest rate swap to exchange its variable payments for fixedrate payments, thus locking in stable costs. Hedging instruments are essential for managing financial risk in volatile markets. Each instrument serves different purposes, with varying levels of complexity, risk, and customization. Whether through forwards, futures, options, or swaps, businesses can better plan for the future by reducing exposure to uncertain price fluctuations. Hedging Strategies for Market Risk, Credit Risk, and Currency Risk 1. Hedging Strategies for Market Risk Market risk (also known as systematic risk) arises from fluctuations in asset prices, such as stocks, bonds, commodities, and interest rates, due to economic factors or market volatility. Key Hedging Instruments for Market Risk: Derivatives (Options, Futures, and Forwards): These instruments allow investors to hedge against unfavorable price movements in stocks, commodities, or interest rates. Example: An investor holding a large stock portfolio might buy a put option to protect against a potential market downturn. If the market declines, the put option increases in value, offsetting losses in the portfolio. Short Selling: Investors can sell borrowed assets with the expectation of buying them back at a lower price, profiting from the decline. Example: A fund manager expecting a market decline may short sell stocks to hedge a portfolio against losses. Common Hedging Strategies: Portfolio Diversification: Reducing market risk by spreading investments across various asset classes (stocks, bonds, commodities) and sectors. Using Index Futures: Large portfolios can be hedged using index futures that track the performance of the overall market. If the market declines, profits from the short position in the futures contract will offset losses in the portfolio. Risk Parity: Allocating assets based on the level of risk rather than the dollar amount invested, balancing risk exposure across asset classes. 2. Hedging Strategies for Credit Risk Credit risk refers to the possibility that a borrower will default on a debt obligation. This is especially important for banks, lenders, and institutions dealing with bonds and loans. Key Hedging Instruments for Credit Risk: Credit Default Swaps (CDS): A financial derivative where the buyer of a CDS pays a premium to the seller in exchange for protection against a default on a loan or bond. Example: A bank holding corporate bonds can buy a CDS to ensure they are compensated if the issuing company defaults. Collateralised Debt Obligations (CDOs): These instruments pool together various debt instruments and allow risk to be distributed among multiple investors. Credit Insurance: Companies may use insurance to protect against the risk of a customer defaulting on payments. Common Hedging Strategies: Diversification of Loan Portfolio: Spreading out credit exposures across various industries, geographies, and borrower profiles reduces the overall risk of default. Tightening Lending Standards: Limiting exposure to highrisk borrowers by implementing stringent credit assessments. AssetBacked Securities: Banks can sell loans or bonds packaged as assetbacked securities to reduce their exposure to credit risk. 3. Hedging Strategies for Currency Risk Currency risk (or exchange rate risk) arises from fluctuations in foreign exchange rates, which can affect companies involved in international trade or with investments in foreign countries. Key Hedging Instruments for Currency Risk: Forward Contracts: A firm agrees to exchange a specified amount of currency at a predetermined exchange rate on a future date. Example: A U.S. exporter expecting payment in euros might enter into a forward contract to sell euros and lock in a favorable exchange rate. Currency Options: These give the right, but not the obligation, to buy or sell currency at a specific price. Example: A U.S.based company buying goods from Japan might buy a call option on the yen to hedge against the risk of yen appreciation. Currency Swaps: Two parties exchange interest payments and principal in different currencies to hedge against exchange rate fluctuations. Common Hedging Strategies: Natural Hedging: Companies can offset currency risk by balancing foreign revenue with costs in the same currency. For example, if a company generates revenue in euros, it can also incur expenses in euros, reducing exposure to exchange rate fluctuations. Multi-Currency Invoicing: Firms can invoice in their home currency, shifting the currency risk to the buyer. Currency Diversification: Holding a diversified basket of currencies can reduce exposure to large fluctuations in any one currency. Effective hedging strategies are crucial for managing various types of risks in financial markets. Market risk can be managed using instruments like futures and options, while credit risk can be mitigated through diversification and credit derivatives. Currency risk, often faced by multinational firms, can be hedged using forward contracts, options, or swaps. Each strategy helps firms and investors protect their portfolios, ensure financial stability, and reduce the impact of adverse movements in the financial markets. Portfolio Risk Management Techniques: Diversification, Asset Allocation, and Risk Budgeting Managing risk is a fundamental aspect of portfolio management. Investors use various techniques to control and reduce the risks inherent in investing. Three key techniques used in portfolio risk management are diversification, asset allocation, and risk budgeting. Each of these techniques helps in mitigating potential losses while aiming to achieve the desired return. 1. Diversification Diversification is a risk management strategy that involves spreading investments across different assets, sectors, or geographic regions to reduce exposure to any single risk. The idea is that different assets perform differently under various market conditions, so losses in one investment can be offset by gains in others. Key Benefits of Diversification: Reduction of Unsystematic Risk: Unsystematic risk, which is unique to a specific company or industry, can be reduced by holding a variety of investments that respond differently to market conditions. Improved Stability: A diversified portfolio is less volatile, as the negative performance of one asset can be balanced by the positive performance of others. Methods of Diversification: Across Asset Classes: Investing in a mix of asset classes such as stocks, bonds, commodities, and real estate. Example: A portfolio with 60% equities, 30% bonds, and 10% commodities is more diversified than one solely consisting of stocks. Within Asset Classes: Diversifying within a single asset class (e.g., holding stocks from different sectors like technology, healthcare, and energy). Geographic Diversification: Investing in assets across various countries or regions to mitigate country-specific risks. Example: Holding U.S. stocks along with emerging market equities can reduce risks related to a downturn in one country's economy. 2. Asset Allocation Asset allocation refers to the process of dividing investments among different asset classes (such as stocks, bonds, and cash) to align with an investor's risk tolerance, time horizon, and financial goals. Asset allocation plays a crucial role in portfolio risk management by determining the overall risk-return profile of the portfolio. Key Elements of Asset Allocation: Strategic Asset Allocation: A longterm approach that involves setting target allocations for different asset classes based on financial goals and risk tolerance. Example: A young investor with a longterm horizon might allocate 70% to stocks, 20% to bonds, and 10% to cash. Tactical Asset Allocation: A more active approach that involves adjusting the asset mix in response to short-term market conditions. Example: If the investor expects an economic downturn, they might temporarily reduce exposure to equities and increase exposure to bonds. Types of Asset Allocation Models: Conservative: Focuses on preserving capital with a larger allocation to bonds and cash (e.g., 20% stocks, 80% bonds). Balanced: A moderate risk approach with an equal focus on growth and income (e.g., 50% stocks, 50% bonds). Aggressive: Targets higher returns by investing predominantly in equities, accepting higher risk (e.g., 80% stocks, 20% bonds). Example of Asset Allocation: A 40 year old investor with moderate risk tolerance may allocate their portfolio as follows: 50% equities, 40% bonds, and 10% in alternative investments such as real estate or commodities. The equities provide growth potential, while the bonds and alternative assets offer stability and income. 3. Risk Budgeting Risk budgeting is a method of allocating risk across different components of a portfolio, rather than focusing solely on returns. The goal is to optimise the portfolio’s risk-return profile by distributing risk in a way that aligns with the investor’s objectives and risk tolerance. Key Concepts of Risk Budgeting: Risk Contribution: Each asset class or investment in the portfolio contributes a certain amount of risk (measured by metrics such as volatility or Value at Risk). Risk budgeting ensures that no single asset class dominates the overall risk of the portfolio. Example: A portfolio may contain 60% stocks and 40% bonds, but if the stocks are highly volatile, they may contribute 90% of the portfolio's risk. Target Risk: Investors set a maximum acceptable level of risk (e.g., a portfolio volatility of 10%) and allocate investments so that the total risk remains within this target. Techniques in Risk Budgeting: Risk Parity: Allocates risk evenly across asset classes, rather than allocating capital based solely on return expectations. Example: In a risk-parity portfolio, both bonds and stocks might be balanced in such a way that they contribute equally to the overall portfolio risk, even though the dollar investment in bonds may be larger due to their lower volatility. Value at Risk (VaR): This technique measures the potential loss in a portfolio over a specific time period, under normal market conditions, at a given confidence level. The risk budget ensures that the potential loss stays within acceptable limits. Example of Risk Budgeting: An investor targets an overall portfolio risk of 8% volatility. After analyzing the risk contribution of each asset class, they determine that equities, which currently make up 60% of the portfolio, contribute 70% of the risk. To adhere to the risk budget, the investor may reduce their equity exposure and increase their allocation to bonds or other less volatile assets. Diversification, asset allocation, and risk budgeting are complementary techniques used in portfolio risk management. Diversification reduces unsystematic risk by spreading investments across various assets. Asset allocation ensures that investments align with an investor's goals and risk tolerance. Risk budgeting focuses on managing the contribution of risk from each asset class to create a balanced and efficient portfolio. Together, these strategies help investors achieve a balance between risk and return, ensuring longterm portfolio stability. Risk Mitigation Through Insurance, Securitisation, and Other Financial Engineering Techniques Risk mitigation is a core objective in financial management, and various strategies can be employed to reduce or manage risks. Three major approaches are insurance, securitisation, and financial engineering techniques. Each of these methods helps firms and individuals transfer, reduce, or eliminate certain financial risks. 1. Insurance as a Risk Mitigation Tool Insurance is a traditional risk transfer method that protects against financial losses by shifting the risk to an insurance company in exchange for premium payments. It is widely used to mitigate various forms of risk, such as operational, liability, and property risks. Key Aspects of Insurance for Risk Mitigation: Risk Transfer: The insurer takes on the risk in exchange for a premium, thus protecting the insured party from unexpected financial losses. Indemnity: In the event of a loss, the insurance policy compensates the insured based on the terms of the contract. Customisable Coverage: Insurance policies can be tailored to address specific risks, such as property damage, business interruption, liability, or cyber risks. Types of Insurance for Businesses: Property and Casualty Insurance: Covers physical assets like buildings, machinery, and inventory from risks like fire, theft, or natural disasters. Liability Insurance: Protects businesses against legal liabilities arising from accidents, negligence, or professional errors. Business Interruption Insurance: Compensates for lost income if a business has to halt operations due to unforeseen events. Credit Insurance: Shields companies from losses due to the nonpayment of trade receivables. 2. Securitisation as a Risk Mitigation Technique Securitisation is a financial engineering process that involves pooling various financial assets (such as loans, mortgages, or receivables) and converting them into marketable securities. This process allows firms to transfer risk to investors, thereby reducing their exposure. Key Elements of Securitisation: Risk Transfer: By securitising assets, companies can transfer the risk of default or nonpayment to investors who purchase the securities. Liquidity Creation: Securitisation converts illiquid assets (like mortgages or loans) into liquid, tradeable securities, improving cash flow for the originating firm. Diversification of Risk: Pooling assets with different risk profiles reduces the impact of individual defaults, spreading the risk across multiple investors. Common Forms of Securitisation: MortgageBacked Securities (MBS): Pools of mortgages are bundled and sold as securities to investors, transferring the risk of mortgage defaults. Example: A bank that issues home loans can bundle those loans into MBS and sell them to investors, transferring the credit risk of potential defaults. Asset-Backed Securities (ABS): Similar to MBS, but backed by other types of assets like credit card receivables, auto loans, or student loans. Collateralised Debt Obligations (CDOs): Structured financial products that pool different types of debt, such as loans and bonds, and sell them as securities with varying risk levels. Example: A bank may issue a portfolio of auto loans and then pool these loans into an assetbacked security (ABS). The ABS is sold to investors, who take on the risk of loan defaults. By securitising the loans, the bank reduces its exposure to credit risk and generates immediate cash flow. 3. Financial Engineering Techniques for Risk Mitigation Financial engineering involves the use of complex financial instruments, derivatives, and structured products to manage or mitigate financial risks. These techniques allow firms to hedge against specific risks, optimize capital structure, and improve financial stability. Common Financial Engineering Techniques: Derivatives: Financial instruments like futures, forwards, options, and swaps are used to hedge against price fluctuations, interest rate changes, or currency movements. Example: A company with significant foreign exchange exposure may use currency forwards or options to hedge against exchange rate fluctuations, ensuring predictable cash flows. Options and Futures: Options: Provides the right (but not the obligation) to buy or sell an asset at a predetermined price, allowing firms to hedge against unfavorable price movements. Example: An airline company can buy options on jet fuel to hedge against rising fuel prices. Futures: Standardized contracts to buy or sell an asset at a set price on a future date, commonly used to hedge commodities or financial assets. Example: A wheat producer may use futures contracts to lock in a favorable price for its crop, hedging against a potential price drop. Swaps: These involve the exchange of cash flows between two parties, often used to manage interest rate risk or currency risk. Interest Rate Swaps: Firms can exchange floatingrate interest payments for fixedrate payments to hedge against rising interest rates. Currency Swaps: Used to hedge exchange rate risk in crossborder transactions by exchanging principal and interest payments in different currencies. Example: A company with a variablerate loan may enter into an interest rate swap to exchange its variable payments for fixedrate payments, locking in stable costs. Structured Products: These are customised financial instruments designed to achieve specific riskreturn objectives. They often combine derivatives with other securities to create tailored risk exposures. Example: A structured note that combines a bond with an embedded option, offering downside protection while allowing for potential upside linked to the performance of an equity index. Credit Derivatives: Tools like credit default swaps (CDS) allow investors to transfer credit risk to other parties. Example: A bondholder worried about a company’s potential default may purchase a CDS, which pays out in case of a default event. Example: A company may issue a bond with an embedded call option, allowing it to repurchase the bond if interest rates decline. This financial engineering tool enables the company to mitigate the risk of rising interest rates, reducing future borrowing costs. Risk mitigation through insurance, securitisation, and financial engineering offers businesses a variety of tools to manage and transfer risks. Insurance allows for the direct transfer of risk to an insurer, while securitisation helps companies offload risk by packaging and selling assets as securities. Financial engineering techniques, including derivatives, swaps, and structured products, provide sophisticated ways to hedge market, interest rate, and currency risks. Each approach helps organizations improve financial stability, enhance liquidity, and manage potential losses in a volatile market environment.
Dès le début de vos recherches, vous allez collecter, produire et exploiter des données. La gestion des données (Research Data Management - RDM) fait partie du processus de recherche. Elle concerne l'ensemble des opérations de collecte, description, stockage, traitement, analyse, archivage et mise en accès des données. (extrait de : Passeport pour la Science Ouverte. Guide pratique pour les doctorants ) "La science ouverte est la diffusion sans entrave des publications et des données de la recherche. Elle s’appuie sur l’opportunité que représente la mutation numérique pour développer l’accès ouvert aux publications et – autant que possible – aux données de la recherche. "Les données de la recherche sont la matière première de la connaissance. Les partager, c'est ouvrir de nouvelles perspectives scientifiques" Source : Plan national pour la Science ouverte - Ministère ESR - Juillet 2018 Source image : https://bibliotheques.univ-tlse3.fr/file/composantes-science-ouverte Cette page est une introduction à la gestion des données de recherche. Elle présente quelques concepts et étapes clés pour vous engager dans cette démarche. Consultez les liens pour approfondir vos connaissances. • What are data ? Définition des données de recherche de l’OCDE (2007) « Enregistrements factuels (chiffres, textes, images, sons) utilisés comme source principale pour la recherche scientifique et généralement reconnus par la communauté scientifique comme nécessaires pour valider les résultats de la recherche. Un ensemble de données de recherche constitue une représentation systématique et partielle du sujet faisant l’objet de la recherche ». Exemples • les images d’une ville préhistorique deviennent des données pour un chercheur qui étudie l’histoire de cette ville; • les « données » d’un linguiste peuvent être des écrits ou des discours, des enregistrements de locuteurs ; • les « données » d’un médiéviste sont des sources archivistiques, archéologiques, épigraphiques, iconographiques, littéraires ; • les « données » d’un géologue rassemblent des coupes et observations de terrain consignées sur un carnet, des résultats de carottage, des analyses d’échantillons, des données sismographiques… • • Pourquoi partager ses données ? "La science ouverte vise à construire un écosystème dans lequel la science est plus cumulative, plus fortement étayée par des données, plus transparente, plus rapide et d’accès plus universel.La science ouverte favorise également les avancées scientifiques, particulièrement les avancées imprévues, ainsi que l’innovation, les progrès économiques et sociaux, en France, dans les pays développés et dans les pays en développement. Enfin, la science ouverte constitue un levier pour l’intégrité scientifique et favorise la confiance des citoyens dans la science. Elle constitue un progrès scientifique et un progrès de société." Source : Plan national pour la Science Ouverte (2018) Les enjeux de l'Open Data • enjeux patrimoniaux o preuve et mémoire (éviter les pertes de données) • enjeux économiques o valeur économique de la donnée o réutilisation gratuite ou payante des données, exploitation des résultats de recherches antérieures (éviter de refaire ce qui a déjà été validé), o accélération de l'innovation et le retour sur investissement dans la R&D • enjeux scientifiques o de "hypothesis-driven" à "data-driven" o plus de visibilité pour le scientifique • enjeux sociétaux o participation des citoyens et de la société civile : "Citizen science" o confiance en la recherche Pour aller plus loin • Site Doranum : https://doranum.fr/enjeux-benefices/fiche-synthetique/ • Adopter de bonnes pratiques tout au long du cycle de vie des données De bonnes pratiques de gestion à toutes les étapes du cycle de vie de la donnée sont un préalable indispensable à l’ouverture des données et à leur réutilisation. • Rechercher des données Pour identifier des jeux de données (datasets) pertinents pour votre thèse, des outils de recherche sont disponibles. Suivez ces liens pour les découvrir : • Site Doranum : https://doranum.fr/acces-visualisation/rechercher-donnees/ • Site DataCC - Vos besoins, trouver des données : https://www.datacc.org/vos-besoins/trouver-des-donnees/ • Fiche CoopIST : Trouver des jeux de données via des bases pluridisciplinaires et des moteurs de recherche Pensez-aussi à consulter l'entrepôt institutionnel Data INRAE Page de présentation du portail • Choisir les bons formats et bien organiser vos données  Choisir des formats de fichier : https://www6.inrae.fr/datapartage/Gerer/Choisir-des-formats-de-fichier  Nommer et organiser vos fichiers de données : https://www6.inrae.fr/datapartage/Gerer/Nommer-et-organiser-ses-fichiers-de-donnees Pour aller plus loin • Jaouen, G.- Gérer ses données. Pourquoi, Comment ? Séminaire - Guadeloupe, du 25 au 27 Novembre 2019 – CRAG INRA • Bien décrire et documenter ses données La description d’un jeu de données se fait à l’aide de métadonnées (*) qui doivent apporter suffisamment d'éléments (sur la collecte des données, les unités de mesure employées...) pour chercher et trouver le jeu de données, juger de sa qualité/fiabilité, et pouvoir le comprendre ou le réutiliser dans un autre contexte. (*) Définition des métadonnées : Ensemble d’informations structurées qui décrit, explicite, localise une ressource informationnelle, dans le but d’en faciliter la recherche, l’usage, et la gestion. Source : NISO. Understanding Metadata. 2004. Quelques liens utiles : • Site Doranum : https://doranum.fr/metadonnees-standards-formats/ • DataCC : https://www.datacc.org/vos-besoins/documenter-ses-donnees/metadonnees/ • Site DataPartage INRAE : https://www6.inrae.fr/datapartage/Gerer/Documenter-les-donnees En complément des métadonnées, la rédaction d'un fichier READ ME.txt est également recommandée. • Stocker, sécuriser, préserver ses données Bien différencier les notions de stockage et d'archivage. Anticiper pour déterminer les données à éliminer et celles qui doivent être préservées à long terme. • Dans l'environnement INRAE : https://www6.inrae.fr/datapartage/Gerer/Stocker-les-donnees • Site Doranum : https://doranum.fr/stockage-archivage/ • Site DataCC : https://www.datacc.org/vos-besoins/conserver-ses-donnees/ • Partager, ne pas partager ses données ? Dans le cadre de la Science Ouverte, il y a de plus en plus d'incitations voire d'exigences pour rendre accessibles les données, en particulier les données liées aux publications : • de l'édition scientifique : de plus en plus de revues adoptent une "data policy" (à consulter dans les instructions aux auteurs) et exigent des auteurs qu'ils fournissent les données associées aux publications, • des organismes de financement (ANR, Commission Européenne ...), • des politiques nationale (Plan national pour la Science ouverte - Ministère ESR - Juillet 2018) et institutionnelle. Mais attention, toutes les données ne sont pas partageables : assurez-vous que vos données sont bien diffusables au regard du droit et des conditions d'exercice de votre thèse et de son mode de financement (se reporter à votre contrat de thèse). Les données produites dans les organismes de recherche publics sont communicables à tous si elles n'entrent pas dans le cadre d'exceptions légales (sécurité défense, sécurité des populations, patrimoine scientifique et technique, données personnelles, données liées au secret, statistique, etc.) Liens utiles : • sur le site Data Partage, la page Partager-Publier ou la page : "Données de la recherche : qui a les droits, qui doit partager ?" • le site INRAE dédié à la protection des données personnelles et l'application du RGPD (Règlement général sur la protection des données) : https://intranet.inrae.fr/cil-dpo • Valoriser ses données Voici les principales voies de diffusion •  Partager ses données en les déposant dans un entrepôt  Choisir un entrepôt  Déposer dans Data INRAE  Partager ses données comme matériel supplémentaire d'un article (à la demande de l'éditeur)  Publier un Data Paper (article de données) : la meilleure voie en terme de visibilité des données, et pour faciliter leur réutilisation. Pour aller plus loin • Site Doranum o Dépôts et entrepôts. Comment et où déposer mes données ? o Data papers et Data journals. Comment publier mes données comme un article scientifique ? • Site DataCC o Valoriser ses données • Site CoopIST o Déposer des données de recherche dans un entrepôt o Rédiger et publier un data paper dans une revue scientifique A télécharger : Synthèse du processus de rédaction d'un article avec des données associées • Pourquoi ne pas rédiger un plan de gestion de données (PGD) pour votre thèse ? La thèse peut être assimilée à un projet et certaines universités au Royaume Uni, aux Pays-Bas et plus récemment en France préconisent la rédaction d'un plan de gestion associé à la thèse. Le PGD (ou DMP = Data Management Plan) est un outil de planification qui peut vous aider à anticiper et bien gérer toutes les étapes du cycle de vie de vos données, à limiter les risques de perte ou corruption de données, à adopter de bonnes pratiques de gestion, pour in fine produire des données respectueuses des principes FAIR, adoptés aujourd'hui par l'ensemble des acteurs de la recherche. Il est désormais exigé par la plupart des financeurs de la recherche (Commission Européenne et ANR ...) dans le cadre de projets financés. Rédiger un PGD pour votre thèse, peut être un bon exercice pour vous préparer à la future rédaction de réponses à des appels d'offre. Comment faire en pratique ? • Site DataPartage : Pourquoi et comment rédiger un plan de gestion de données ? • Site Doranum : https://doranum.fr/plan-gestion-donnees-dmp/, La minute vidéo PGD • Site DataCC : https://www.datacc.org/bonnes-pratiques/adopter-un-plan-de-gestion-des-donnees/ • Suivre une classe virtuelle INRAE : Open Class "Rédaction d'un PGD" • Produire des données FAIR ! Favoriser la production de données FAIR (Findable - Accessible - Interoperable - Reusable) est aujourd'hui un objectif soutenu par l'ensemble des acteurs de la recherche. Source : https://open-science-training-handbook.gitbook.io/book/ Si vous suivez les conseils et recommandations de cette page, vous avez toutes les chances d'avoir produit des données de qualité. Si vous préférez une version illustrée : "Pensez FAIR" - https://datapartage.inrae.fr/Gerer/Cycle-de-la-donnee Affiche cycle de vie des données réalisée dans le cadre des Missions QualiNous & RGPD, INRAE-ACT Vous pouvez tester le niveau de "Fairification" de vos données grâce à ces outils :  ARDC : https://ardc.edu.au/resources/working-with-data/fair-data/fair-self-assessment-tool • D'autres ressources pour se former ou s'autoformer En interne INRAE • Formation à la science ouverte OSCAR - Module "Gestion et partage des données" • Le site "Gestion et partage des données" • Des classes virtuelles d'environ 2h (Open Class) sont régulièrement proposées sur : o la rédaction des plans de gestion de données, o le dépôt et la description d'un jeu de données dans Data INRAE, o la rédaction et la publication de data papers, Sites externes • Le site DORANUM (Données de la Recherche : Apprentissage NUMérique à la gestion et au partage) propose un dispositif de formation à distance intégrant de nombreuses ressources d’auto-formation déclinées sur différents supports (textes, infographies, vidéos) et sur 9 thématiques. o Parcours interactif sur la gestion des données de la recherche (2020) o • Le site DataCC. Accompagnement à la gestion des données de recherche en physique et en chimie : https://www.datacc.org/ o Data Stories : https://www.datacc.org/reseau-datacc/data-stories/ o • Le dossier "Open Access & Open Data" réalisé par l'Ecole des Ponts - ParisTech • • The Open Science Training Handbook : https://www.ouvrirlascience.fr/the-open-science-training-handbook/
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