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fortuna crudelis b.-astrologus victor a.
Quiz by Sarah Parsly
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fortuna crudelis a.
MATRIZ FODA LA FORTUNA SAC
Introduzione Nella poesia "A Zacinto," Ugo Foscolo si rivolge all'isola di Zacinto, situata nel Mar Egeo. L'isola ha legami mitologici con la dea Venere e l'antico poeta Omero. Condivisione di un destino sfortunato Il poeta sottolinea la sua connessione con l'eroe Odisseo (Ulisse) dell'Odissea di Omero, poiché entrambi condividono un destino sfortunato. Sia il poeta che Ulisse sono esuli lontani dalla loro patria, affrontando molte difficoltà per fare ritorno. Differenze nel destino Tuttavia, il poeta riconosce una differenza significativa tra il suo destino e quello di Ulisse. Mentre Ulisse alla fine riesce a tornare nella sua amata Itaca, il poeta non avrà questa fortuna. Il suo destino gli riserva una sepoltura lontana dalla sua patria e senza le lacrime degli affetti familiari. Struttura formale e rime La poesia è un sonetto, con una struttura formale composta da due quartine e due terzine. Le prime due quartine contengono rime alternate (ABAB), mentre le terzine presentano rime incrociate (CDECDE). Questa struttura formale riflette la bellezza della poesia. Elementi del Neoclassicismo e Romanticismo La poesia combina elementi del Neoclassicismo, come la forma e i riferimenti alla mitologia classica, con temi romantici, come l'amore per la patria e l'esilio. Figure retoriche Nella poesia sono presenti diverse figure retoriche, tra cui la personificazione, l'anastrofe (inversione dell'ordine delle parole), l'allitterazione (ripetizione di suoni consonantici), la sinestesia (unione di sensi diversi), l'ossimoro (contrasto tra termini opposti) e la perifrasi (giravolta linguistica per indicare qualcuno o qualcosa).
Crea un quiz sul seguente articolo di giornale: "Faggin: «Chi ci vende l'Intelligenza artificiale ci sta truffando: dobbiamo svegliarci» L'inventore del microprocessore: «Sfruttano i nostri dati e mirano a convincerci che siamo macchine» 22 settembre 2023 «Riconoscere le nostre origini è fondamentale per andare lontano», sottolinea mons. Paolo Andreolli, un "figlio" di Pojana Maggiore da poco nominato da papa Francesco vescovo a Belém in Brasile, premiato dal presidente Giancarlo Bersan della Bcc Vicentino Pojana Maggiore all'incontro organizzato dalla banca di credito cooperativo con dipendenti, sindaco Paola Fortuna, autorità, imprenditori per ascoltare il prof. Federico Faggin. "Origini" per mons. Andreolli e Bcc di Pojana, sono prima di tutto i valori della cooperazione, della solidarietà, della creatività, del servizio al territorio berico. E ora come noto proprio Federico Faggin - "figlio" di Vicenza che ha fatto fortuna in America come inventore del microprocessore e del touchscreen - col libro "Irriducibile" che non si stanca di presentare ovunque ha rivoluzionato l'idea di quali siano le "origini" dell'umanità e della materia. L'esperienza di Faggin parte incredibilmente da due fatti, come racconta lui stesso, che risalgono a più di 30 anni fa. Da una parte il successo delle sue scoperte e delle aziende da lui fondate non gli impediva di provare una sofferenza interiore: «Era la mia coscienza: vivevo troppo di esteriorità». Dall'altra una notte nel 1990 sentì sprigionarsi dal petto «un fascio di luce, energia bianca potentissima che poi scoppia e si espande: tutta la realtà era fatta di quella energia, e io stesso ero sì osservatore ma anche parte di quella realtà». La ricerca Per oltre 25 anni, ricostruisce Faggin, ha quindi lavorato alla sfida più grande, vivendo «la mia quarta vita dopo l'infanzia e le esperienze da inventore e da imprenditore: la riscoperta di chi siamo e di cos'è l'essere umano». Il suo obiettivo iniziale era creare un computer che, come le reti neurali, possa "imparare da solo": è la stessa pista «che ha permesso di giungere all'intelligenza artificiale, allora giudicata impossibile». Ma qui arriva il punto: studiando per anni più branche del sapere umano, Faggin arriva a concludere che l'esperienza della coscienza che ognuno di noi ha in sé, nel sentire il sapore del cioccolato, o il profumo di rosa, o l'amore per un figlio, «non è assolutamente traducibile in segnali elettrici» che sono il cuore di qualsiasi computer. La coscienza è "irriducibile". È l'inizio per Faggin dell'elaborazione della sua teoria della coscienza, destinata a rovesciare l'intera piramide della nostra scienza. Tradizionalmente noi pensiamo che prima esistano gli atomi di materia, poi si sia giunti a certe loro aggregazioni particolari che formano le cellule e quindi gli esseri viventi, e infine che ci siano alcuni esseri evoluti in cui si sono sviluppati la coscienza e il libero arbitrio. Invece per Faggin - ma bisogna leggere il libro intero per cercare di entrare in questa rivoluzionaria lettura della realtà - è la coscienza che viene prima, e con lei il libero arbitrio: «È una proprietà fondamentale che non nasce dal cervello, ma va ben oltre quello che fa il cervello». Ciò che esiste prima di tutto, per Faggin, è un "Uno" fatto di coscienza da cui emergono dei "campi di coscienza e libero arbitrio", che vogliono conoscersi dialogando tra loro: come? Con le regole della fisica, con la materia e con le singole fisicità: è come una specie di enorme "alfabeto fisico" grazie a cui la coscienza si conosce meglio. «Il nostro corpo - rileva Faggin - è fatto allo stesso modo: ogni cellula ha dentro di sé il genoma dell'uovo fecondato che ha creato l'intero organismo. Vuol dire che ogni cellula (ne abbiamo 50 trilioni) è una parte-intero. Così come noi esseri viventi siamo parte-intero di Uno, della totalità, di tutto ciò che esiste e che è coscienza: gli oggetti nello spazio-tempo sono la parte più illusoria, mentre quella più profonda è la vera realtà». La "trappola" dei computer Già una quindicina di anni fa quindi Faggin ha venduto anche l'ultima sua azienda e ha creato con sua moglie Elvira Sardei una fondazione «per dare soldi a gruppi di ricerca che non trovano fondi, perché se uno parte dal principio che la coscienza non è prodotta dal cervello non trova neanche un quattrino: tutti sostengono che deve derivare dal cervello, questa è la visione della scienza che è invece completamente sbagliata. Per i fisici il libero arbitrio non esiste e la coscienza viene dal cervello, che è una macchina che fa i conti. Ecco perché l'Intelligenza artificiale porta a questa distorsione: parte da questo concetto che la coscienza sia un epi-fenomeno del cervello. Ma che senso ha essere coscienti e non avere il libero arbitrio? Sarebbe una sorta di maxi-presa in giro dell'universo verso di noi». E ciò che è peggio - e qui Faggin si scalda - è che c'è un interesse specifico di una parte di esseri umani nel far credere a tutti che il cervello non sia altro che una sorta di computer, che diventa perfino superato quando sul mercato arrivano sistemi informatici come l'Intelligenza artificiale più "bravi" di noi. «Ma il computer l'abbiamo creato noi, non lui noi: ci stanno facendo un lavaggio del cervello». L'appello «Dobbiamo svegliarci: l'Intelligenza artificiale può essere usata bene, invece che per schiavizzarci come sta avvenendo oggi». Usi il traduttore automatico tra una lingua e l'altra? Bene, ma devi conoscerle bene tu quelle lingue perché se ti fidi e basta usciranno molti errori: lui lavora velocissimo coi "simboli", ma non sa affatto i "significati". «Dobbiamo sempre essere a un livello più alto del "tool", dello strumento usato. Chi vende queste cose vuole convincerci che l'Intelligenza artificiale ci risolve i problemi. Non è così: "aiuta" a risolverli, è ben diverso. Siamo noi a dover mantenere la responsabilità delle azioni, invece ci presentano l'Ia come ce ne sollevasse. È sempre stato così: il computer dà risultati velocissimi? Bene, ma dipende dalle informazioni e dalle regole iniziali che gli sono stati dati. Non posso lasciar perdere il buon senso, se no è la fine: l'uomo diventa una appendice del computer, ed è esattamente quello che vogliono le persone che creano il computer e che lo vendono. Non è accettabile che i nostri governanti non capiscano e non prendano provvedimenti per regolare questa tecnologia. Vedo un pericolo enorme in queste cose per come ci vengono presentate. Non si possono vendere gli uomini, ma i robot sì: è una mentalità perniciosissima che purtroppo viene dalla Silicon Valley, da ditte che per fare soldi hanno iniziato a usare alle nostre spalle le informazioni personali che noi consegniamo pensando che sia tutto gratis. Ma l'Intelligenza artificiale che imita l'uomo per ingannarlo non è etica. È la logica dell'advertising: farti credere che ciò che ti viene venduto è più di quello che è in realtà. La scienza purtroppo ci ripete da sempre che siamo macchine, come i computer, ma non è così»."
Sich beschweren über + Akk
sauber
schmutzig
furchtbar
die Brücke,
die Mauer,
die Kneipe,
die Umfrage, sich setzen
sich erinnern an + akk
geschlossen
die Reise, n viaggio
die Tour (-en) / die Rundfahrt (-en) tour
europäisch europeo/a, europee
der Rucksack, die Rucksäcke zaino
das Ziel
per Anhalter
Die Sonne scheint
das Klima
ausgeben
die Reinigung
der Bio-Garten orto biologico
das Bankkonto, -konten conto bancario
gewinnen, gewann, hat gewonnen vincere
der Gewinner, - vincitore
der Helfer l'aiutante
pünktlich puntuale
zu spät troppo tardi
Da bist du ja endlich! finalmente sei arrivato!
leider purtroppo
verschieben, verschob, hat verschoben spostare, rimandare
das Gespräch conversazione
sich entschuldigen scusarsi
die Viertelstunde il quarto d'ora
vorschlagen (ä), schlug vor, hat vorgeschlagen proporre
Was schlägst du vor? Cosa proponi?
stattfinden, fand statt, hat stattgefunden
die Veranstaltung, -en evento, manifestazione
beruflich professionale
sehr geehrte(r) Herr / Frau Gent-ma Sig.ra (formale)
Mit freundlichen Grüßen cordiali saluti
die Projektleiterin, -nen project manager
halten, hält, hielt, hat gehalten fermarsi, tenere
nennen, nannte, hat genannt nominare
das Sushi, die Sushis sushi
einschlafen (ä), schlief ein, ist eingeschlafen addormentarsi
der Liebesfilm film romantico
der Thriller thriller
die Komödie commedia
die Geschichte, n storia
das Open-Air-Kino cinema all'aperto
zuletzt infine
mehrmals più volte
während durante, mentre
die Sendung, -en trasmissione
romantisch romantico/a
komisch strano, comico
aufregend, spannend emozionante
fantasisch fantastico
witzig spiritoso
sich interessieren für + A interessarsi a
sich informieren über + A informarsi di
verschieden diverso, differente
der Jugendliche, -n il giovane
der Erwachsene, -n l'adulto
das Gefühl sentimento
das Liebespaar la coppia
die Liebe l'amore
das Glück fortuna
die beiden entrambi
denken, dachte, hat gedacht (an+A) pensare
sich verlieben sich in + Akk )
Er hat sich in sie verliebt. innamorarsi
verliebt sein in + Akk
Ich bin in dich verliebt. essere innamorato/a di qualcuno
sich fühlen sentirsi
die Freundschaft l'amicizia
sich freuen rallegrarsi
streiten, stritt, hat gestritten litigare
sich ärgern über + A arrabbiarsi per
hassen odiare
weinen piangere
die Angst, die Ängste paura
stark forte
schwach debole
erst einmal per adesso
präsentieren presentare
reich ricco
arm povero
das ist mir egal. E' lo steso / non fa niente
wahrscheinlich probabilmente
Obra Dramática "Leandro, Rei da Helíria", autora: Alice Vieira. O 1º ato deste texto dramático é constituído por um total de onze cenas. As cenas têm lugar em Helíria no reino do Rei Leandro, principalmente no jardim e na sala de banquetes. Logo no início, o Rei fala com o Bobo e no seu discurso mostra-se atormentado com o sonho que teve, pois considera que se trata de um recado dos deuses. Na 2ª cena, ficamos a conhecer duas das suas filhas: Amarílis e Hortênsia. Estas mostram-se, desde logo, interesseiras e falsas e terminam a cena envolvendo-se numa grande discussão e insultando-se mutuamente. Na 3ª cena, surge Violeta, atraída por toda aquela barulheira infernal, mas as irmãs dão o assunto por encerrado e pedem-lhe que não se meta, porque são coisas de gente crescida. (p.23) Seguidamente, na 4ª cena surgem os noivos de Amarílis e Hortênsia com o objetivo de marcar os casamentos. O noivo de Amarílis, o príncipe Felizardo, é do tipo novo-rico (p. 29), fanfarrão e só pensa no seu dinheiro. O noivo de Hortênsia, o príncipe Simplício, é muito tímido (p.29), vive na sombra do noivo de Amarílis e apresenta um vocabulário tão reduzido que a única frase que profere vezes sem conta é: “Tiraste-me as palavras da boca”. O Rei decide comemorar os noivados (p.32) das filhas, no dia seguinte, com uma grande festa no palácio. Na cena 5, Violeta caminha só pelo jardim, quando é surpreendida pelo príncipe Reginaldo (p.33), seu pretendente. Violeta revela o seu sonho ao futuro noivo e diz-lhe que é um mau presságio (p.38). Sobre o casamento de ambos decidem falar após os festejos do casamento das irmãs. A cena 6 é apenas o relato dos preparativos para o banquete real. A 7ª cena é bastante esclarecedora, no que diz respeito ao carácter dos três príncipes, uma vez que os noivos de Amarílis e Hortênsia se mostram apenas preocupados com a riqueza/fortuna que irão proporcionar às noivas, enquanto que o futuro noivo de Violeta diz ser o mais rico de todos, por ter o amor de Violeta. Nas cenas 8 e 9, o discurso entre as três irmãs sobre o seu futuro também nos deixa perceber que Amarílis e Hortênsia apenas estão interessadas na fortuna/riqueza dos noivos, não se ralando, a primeira com a deselegância (p.49) da linguagem do noivo e a segunda com o fato de o noivo ser de poucas falas. A 10ª cena é uma das mais longas e remete-nos para o interior do palácio, onde irá decorrer a festa de noivado. Esta cena é de grande importância, porque o Rei decide, finalmente, revelar o conteúdo do seu sonho, dizendo que viu o seu manto (p.52) ser levado pelo vento, a coroa (p.52) ser arrastada pela fúria das águas e o seu cetro arrancado por forças invisíveis (p.52). Na opinião do Rei, os deuses querem que ele deixe de reinar, por estar velho de mais e não conseguir zelar pelos seus súbditos. O Bobo tem opinião diferente e diz, de forma cómica, que “os deuses devem estar loucos (p.53)”. O Rei anuncia então a sua decisão de entregar o reino à filha que demonstrar maior amor por si. Uma a uma, as filhas ajoelham-se diante do pai para manifestarem os seus sentimentos: Amarílis diz “Quero-vos mais do que ao sol”. Hortênsia diz “Quero-vos mais do que ao ar que respiro” e, por último, Violeta que diz “Preciso de vós como a comida precisa do sal”. O Rei fica furioso por tal comparação de Violeta e diz-lhe que nunca mais a quer ver. Na cena 11, o Rei manda chamar o escrivão (p.56) para redigir um documento no qual refere que a partir daquele dia ninguém ouse pronunciar o nome de Violeta, que esta seja banida do reino e que nunca mais se plantem violetas no seu jardim. O príncipe Reginaldo assegura ao Rei que esta irá, mas não estará só, pois irão casar e viverão felizes no seu reino. O Rei decide então que o seu reino ficará para as suas outras filhas, dividindo-o em duas partes: Amarílis governará o Norte (os seus pomares, vinhas, pastagens…) e Hortênsia governará o Sul (as minas de ferro, cobre, estanho…). Quanto ao Rei, viverá seis meses (p.62) em cada reino e ficará só com o seu fiel bobo, dispensando o restante séquito p.62) . Esta última cena termina com a crueldade das duas irmãs que discutem sobre quem irá ser a primeira a “aturar o velho”. O 2º ato apresenta onze cenas. Em termos de localização, verificamos que este vai alternando entre a gruta onde o Rei se abriga e os reinos/domínios das suas filhas. Na 1ª cena, O Rei e o seu fiel bobo caminham pela estrada e veem-se forçados a abrigar-se devido à tempesatde que se aproxima. Na 2ª cena, encontram um Pastor, cujo verdadeiro nome é Godofredo Segismundo, embora na brincadeira diga que é o rei de copas. O Bobo resolve contar a triste história do seu amo ao Pastor e quando lhe fala da frase proferida por Violeta, filha preferida do Rei, o Pastor responde, com grande sabedoria: “Grande vai o mal em casa onde não há sal (p.73).” Na 3ª cena viajamos até ao reino de Amarílis, que chamara a irmã Hortênsia para decidir sobre o futuro do pai. Nem uma nem outra se encontram na disposição de continuar a recebê-lo /aturá-lo. Segundo Amarílis, o Rei passou a ser como um súbdito (p.77) qualquer do seu reino, quando decidiu entregar-lhes o poder. O príncipe Felizardo acrescenta que “Quem não trabuca, não manduca.” E decidem que o melhor é deixar o pai à sua sorte, pois não querem vadios e preguiçosos. Na 4ª cena, o Pastor aconselha o Bobo a procurar a outra filha, mas o Bobo teme a ira/fúria do Rei, que nem quer ouvir falar em tal nome e só sabe repetir “Eu não sou maluco”. Na 5ª cena somos transportados para os domínios de Reginaldo e Violeta, onde o Pastor relata toda a história do Rei. Ficamos a saber que Violeta, sua filha, todos os domingos, na praça do mercado, pedia à população para que se vissem o seu pai o levassem à sua presença, sem contudo lhe revelar a sua identidade. Na 6ª cena, o Pastor descreve o seu reino e fala de toda a fartura que aí poderão encontrar. O Bobo desconfia, mas assim que o Rei acorda, ele diz-lhe que a tempestade já passou e que está na hora de pôr os pés a caminho. O Pastor informa o Bobo sobre o melhor caminho a seguir para chegar ao seu reino. Na 7ª cena, o Pastor fala com Violeta e informa-a que o seu pai não tardará a chegar e repete constantemente: “tão certo como eu me chamar GodofredoSregismundo”. Violeta apressa-se a transmitir ordens na cozinha e pede ao Pastor que informe que, à noite, as portas do seu palácio estarão abertas e haverá comida para toda a gente. Pede também que fique de vigia e que assim que o seu pai aparecer o leve à sua presença. Na 8ª cena, o Rei e o Bobo chegam finalmente ao reino de Violeta. O Bobo mostra-se muito alegre, mas o Rei, pessimista, não pára de repetir a lengalenga: “Em toda a parte há medo, miséria, tristeza…” Na 9ª cena, o Bobo conversa com o Rei sobre as suas filhas, ao que este responde, arreliado, que não tem filhas e que a culpa é dos deuses. O Bobo responde-lhe que se está na situação em que está o deve às desalmadas (p.96) das filhas. Na cena 10, o príncipe Reginaldo surge junto deles e diz que cheira a violetas, que tem plantadas no seu jardim, e o Rei Leandro desconfia, quando o ouve. De seguida é a vez de Violeta falar e o Rei fica confuso, porque a voz é-lhe familiar. Reginaldo pergunta-lhe quem é e o que faz no seu reino, ao que o Rei responde: “Sou Leandro, Rei de Helíria”. Reginaldo diz-lhe então que esse reino já não existe, que fora dividido em dois e oferecido às filhas mais velhas, que agora não faziam outra coisa que passar o tempo a guerrearem-se uma à outra. Na última cena, dá-se o banquete. Violeta manda servir o primeiro prato e o Rei prova, mas põe de lado, manda servir o prato seguinte e o Rei volta a fazer o mesmo. Seguem-se outros pratos, mas a reação do Rei é sempre a mesma, até que diz: “Basta! Esta comida está intragável!”. Violeta informa-o que é apenas comida sem sal. O Rei fica sem fala, espantado e pergunta-lhe o nome. O Bobo reconhece-a de imediato e o Rei admite então o seu grande erro ao expulsar a única filha sincera que tinha, a única que o amou de verdade. O Pastor intervém e, citando as palavras da sua esposa, Briolanja, diz: “A palavras ocas, orelhas moucas”. O Rei pede perdão (p.105) a sua filha Violeta e tudo acaba em bem. Doravante, aquele será também o seu reino, refere Violeta, e esquecerão tudo o que ficou para trás. Terminou o pesadelo! E o Bobo termina, dizendo: “Vitória, vitória, acabou-se a história”O 1º ato deste texto dramático é constituído por um total de onze cenas. As cenas têm lugar em Helíria no reino do Rei Leandro, principalmente no jardim e na sala de banquetes. Logo no início, o Rei fala com o Bobo e no seu discurso mostra-se atormentado com o sonho que teve, pois considera que se trata de um recado dos deuses. Na 2ª cena, ficamos a conhecer duas das suas filhas: Amarílis e Hortênsia. Estas mostram-se, desde logo, interesseiras e falsas e terminam a cena envolvendo-se numa grande discussão e insultando-se mutuamente. Na 3ª cena, surge Violeta, atraída por toda aquela barulheira infernal, mas as irmãs dão o assunto por encerrado e pedem-lhe que não se meta, porque são coisas de gente crescida. (p.23) Seguidamente, na 4ª cena surgem os noivos de Amarílis e Hortênsia com o objetivo de marcar os casamentos. O noivo de Amarílis, o príncipe Felizardo, é do tipo novo-rico (p. 29), fanfarrão e só pensa no seu dinheiro. O noivo de Hortênsia, o príncipe Simplício, é muito tímido (p.29), vive na sombra do noivo de Amarílis e apresenta um vocabulário tão reduzido que a única frase que profere vezes sem conta é: “Tiraste-me as palavras da boca”. O Rei decide comemorar os noivados (p.32) das filhas, no dia seguinte, com uma grande festa no palácio. Na cena 5, Violeta caminha só pelo jardim, quando é surpreendida pelo príncipe Reginaldo (p.33), seu pretendente. Violeta revela o seu sonho ao futuro noivo e diz-lhe que é um mau presságio (p.38). Sobre o casamento de ambos decidem falar após os festejos do casamento das irmãs. A cena 6 é apenas o relato dos preparativos para o banquete real. A 7ª cena é bastante esclarecedora, no que diz respeito ao carácter dos três príncipes, uma vez que os noivos de Amarílis e Hortênsia se mostram apenas preocupados com a riqueza/fortuna que irão proporcionar às noivas, enquanto que o futuro noivo de Violeta diz ser o mais rico de todos, por ter o amor de Violeta. Nas cenas 8 e 9, o discurso entre as três irmãs sobre o seu futuro também nos deixa perceber que Amarílis e Hortênsia apenas estão interessadas na fortuna/riqueza dos noivos, não se ralando, a primeira com a deselegância (p.49) da linguagem do noivo e a segunda com o fato de o noivo ser de poucas falas. A 10ª cena é uma das mais longas e remete-nos para o interior do palácio, onde irá decorrer a festa de noivado. Esta cena é de grande importância, porque o Rei decide, finalmente, revelar o conteúdo do seu sonho, dizendo que viu o seu manto (p.52) ser levado pelo vento, a coroa (p.52) ser arrastada pela fúria das águas e o seu cetro arrancado por forças invisíveis (p.52). Na opinião do Rei, os deuses querem que ele deixe de reinar, por estar velho de mais e não conseguir zelar pelos seus súbditos. O Bobo tem opinião diferente e diz, de forma cómica, que “os deuses devem estar loucos (p.53)”. O Rei anuncia então a sua decisão de entregar o reino à filha que demonstrar maior amor por si. Uma a uma, as filhas ajoelham-se diante do pai para manifestarem os seus sentimentos: Amarílis diz “Quero-vos mais do que ao sol”. Hortênsia diz “Quero-vos mais do que ao ar que respiro” e, por último, Violeta que diz “Preciso de vós como a comida precisa do sal”. O Rei fica furioso por tal comparação de Violeta e diz-lhe que nunca mais a quer ver. Na cena 11, o Rei manda chamar o escrivão (p.56) para redigir um documento no qual refere que a partir daquele dia ninguém ouse pronunciar o nome de Violeta, que esta seja banida do reino e que nunca mais se plantem violetas no seu jardim. O príncipe Reginaldo assegura ao Rei que esta irá, mas não estará só, pois irão casar e viverão felizes no seu reino. O Rei decide então que o seu reino ficará para as suas outras filhas, dividindo-o em duas partes: Amarílis governará o Norte (os seus pomares, vinhas, pastagens…) e Hortênsia governará o Sul (as minas de ferro, cobre, estanho…). Quanto ao Rei, viverá seis meses (p.62) em cada reino e ficará só com o seu fiel bobo, dispensando o restante séquito p.62) . Esta última cena termina com a crueldade das duas irmãs que discutem sobre quem irá ser a primeira a “aturar o velho”. O 2º ato apresenta onze cenas. Em termos de localização, verificamos que este vai alternando entre a gruta onde o Rei se abriga e os reinos/domínios das suas filhas. Na 1ª cena, O Rei e o seu fiel bobo caminham pela estrada e veem-se forçados a abrigar-se devido à tempesatde que se aproxima. Na 2ª cena, encontram um Pastor, cujo verdadeiro nome é Godofredo Segismundo, embora na brincadeira diga que é o rei de copas. O Bobo resolve contar a triste história do seu amo ao Pastor e quando lhe fala da frase proferida por Violeta, filha preferida do Rei, o Pastor responde, com grande sabedoria: “Grande vai o mal em casa onde não há sal (p.73).” Na 3ª cena viajamos até ao reino de Amarílis, que chamara a irmã Hortênsia para decidir sobre o futuro do pai. Nem uma nem outra se encontram na disposição de continuar a recebê-lo /aturá-lo. Segundo Amarílis, o Rei passou a ser como um súbdito (p.77) qualquer do seu reino, quando decidiu entregar-lhes o poder. O príncipe Felizardo acrescenta que “Quem não trabuca, não manduca.” E decidem que o melhor é deixar o pai à sua sorte, pois não querem vadios e preguiçosos. Na 4ª cena, o Pastor aconselha o Bobo a procurar a outra filha, mas o Bobo teme a ira/fúria do Rei, que nem quer ouvir falar em tal nome e só sabe repetir “Eu não sou maluco”. Na 5ª cena somos transportados para os domínios de Reginaldo e Violeta, onde o Pastor relata toda a história do Rei. Ficamos a saber que Violeta, sua filha, todos os domingos, na praça do mercado, pedia à população para que se vissem o seu pai o levassem à sua presença, sem contudo lhe revelar a sua identidade. Na 6ª cena, o Pastor descreve o seu reino e fala de toda a fartura que aí poderão encontrar. O Bobo desconfia, mas assim que o Rei acorda, ele diz-lhe que a tempestade já passou e que está na hora de pôr os pés a caminho. O Pastor informa o Bobo sobre o melhor caminho a seguir para chegar ao seu reino. Na 7ª cena, o Pastor fala com Violeta e informa-a que o seu pai não tardará a chegar e repete constantemente: “tão certo como eu me chamar GodofredoSregismundo”. Violeta apressa-se a transmitir ordens na cozinha e pede ao Pastor que informe que, à noite, as portas do seu palácio estarão abertas e haverá comida para toda a gente. Pede também que fique de vigia e que assim que o seu pai aparecer o leve à sua presença. Na 8ª cena, o Rei e o Bobo chegam finalmente ao reino de Violeta. O Bobo mostra-se muito alegre, mas o Rei, pessimista, não pára de repetir a lengalenga: “Em toda a parte há medo, miséria, tristeza…” Na 9ª cena, o Bobo conversa com o Rei sobre as suas filhas, ao que este responde, arreliado, que não tem filhas e que a culpa é dos deuses. O Bobo responde-lhe que se está na situação em que está o deve às desalmadas (p.96) das filhas. Na cena 10, o príncipe Reginaldo surge junto deles e diz que cheira a violetas, que tem plantadas no seu jardim, e o Rei Leandro desconfia, quando o ouve. De seguida é a vez de Violeta falar e o Rei fica confuso, porque a voz é-lhe familiar. Reginaldo pergunta-lhe quem é e o que faz no seu reino, ao que o Rei responde: “Sou Leandro, Rei de Helíria”. Reginaldo diz-lhe então que esse reino já não existe, que fora dividido em dois e oferecido às filhas mais velhas, que agora não faziam outra coisa que passar o tempo a guerrearem-se uma à outra. Na última cena, dá-se o banquete. Violeta manda servir o primeiro prato e o Rei prova, mas põe de lado, manda servir o prato seguinte e o Rei volta a fazer o mesmo. Seguem-se outros pratos, mas a reação do Rei é sempre a mesma, até que diz: “Basta! Esta comida está intragável!”. Violeta informa-o que é apenas comida sem sal. O Rei fica sem fala, espantado e pergunta-lhe o nome. O Bobo reconhece-a de imediato e o Rei admite então o seu grande erro ao expulsar a única filha sincera que tinha, a única que o amou de verdade. O Pastor intervém e, citando as palavras da sua esposa, Briolanja, diz: “A palavras ocas, orelhas moucas”. O Rei pede perdão (p.105) a sua filha Violeta e tudo acaba em bem. Doravante, aquele será também o seu reino, refere Violeta, e esquecerão tudo o que ficou para trás. Terminou o pesadelo! E o Bobo termina, dizendo: “Vitória, vitória, acabou-se a história”.
A biografia di Dante, con le notizie dei suoi ascendenti, dei suoi familiari, del suo matrimonio, dei suoi figli, è stata ricostruita da molti autori. Ricordo fra gli altri il piccolo, classico libro di Michele Barbi, che ad oltre ottanta anni di distanza consiglierei ancora per un primo approccio. In queste pochissime pagine mi limiterò a richiamare gli elementi cronologici essenziali, a contestualizzarli nella storia generale e a dire di alcuni momenti della vita di Dante e di alcuni fatti di storia generale rievocati nella Commedia. A tante questioni, vicende e persone, Dante compreso, darò corpo nelle prossime letture. Per adesso uno scheletro. Dante nacque fra il maggio e il giugno del 1265. Un anno che si pone tra la vittoria militare ghibellina di Montaperti (4 settembre 1260) e la vittoria militare guelfa di Colle Val d’Elsa (17 giugno 1269). Dante avrebbe rievocato nella Commedia ambedue questi scontri (Inf. X e Pg. XIII), ancorandoli rispettivamente a un protagonista e ad una osservatrice. L’anno della nascita di Dante è anche un anno cruciale nella storia dell’arte. Nicola Pisano e i suoi aiutanti costruirono nella cattedrale di Siena un pulpito marmoreo che è tra le grandi espressioni di un rinnovamento della cultura artistica; nell’équipe di Nicola era anche Arnolfo di Cambio, altro protagonista di quella strepitosa stagione. Certo non insensibile alle arti figurative ed anche ai momenti di innovazione, come testimoniano alcuni luoghi della Commedia, Dante non disse però nulla dei grandi scultori del Duecento e del primo Trecento. Quando egli era ancora un fanciullo (aveva circa dodici anni) il padre, come era consuetudine, combinò il suo matrimonio. Scelse una donna della consorteria nobiliare dei Donati, Gemma di Manetto, alla quale fu assegnata una dote di 200 lire di fiorini d’oro: somma non piccola ma non strepitosa, della quale Gemma non poté fruire se non tardivamente e in parte, essendo stati sequestrati i beni e i diritti di Dante al momento della condanna all’esilio (1302). Con Gemma Donati Dante ebbe due o forse tre figli maschi e una figlia femmina, persone di una sola delle quali, il figlio Pietro, abbiamo notizie copiose e interessanti. Dante era ancora un bambino quando un grande rivolgimento politico si svolgeva in Italia e Toscana. Dopo la vittoria ghibellina di Montaperti lo schieramento guelfo si riorganizzò, e dal 1269 ottenne una preponderanza in Toscana grazie alla vittoria militare di Colle di Val d’Elsa e soprattutto grazie ad una forte iniziativa dei papi Urbano IV e Clemente IV e all’intervento di Carlo d’Angiò, figlio del re di Francia, vittorioso sui ghibellini a Benevento nel 1266, incoronato re di Sicilia nel 1270 ed aspirante ad una supremazia politica in Italia. Dante sistemerà Carlo d’Angiò e il figlio, re Carlo II, in luoghi diversi del Purgatorio, manifestando nei loro confronti una sostanziale distanza nel giudizio morale (Pg. XX). Esprimerà un giudizio severo su Clemente IV (Pg. III), di Urbano IV non parlerà, e collocherà in Purgatorio il capofila del movimento ghibellino, re Manfredi (Pg. III). Ma nei confronti di Manfredi esprimerà, se non una adesione politica, una forte simpatia umana, ed una umana pietas dedicherà a Corradino, ultimo esponente della casa sveva, fatto giustiziare da Carlo d’Angiò (Pg. XX). Tutto questo “secondo round” del conflitto ghibellino-guelfo, svoltosi tra la morte di Federico II di Svevia (1250) e l’incoronazione di Carlo d’Angiò (1270), vide scenari di grande complessità, e si è accennato come furono complesse, non univoche, le valutazioni che Dante espresse nella Commedia. Complessa fu anche l’evoluzione politica delle città italiane, segnatamente di Firenze. Nel corso degli anni Settanta si andò accentuando la cristallizzazione del conflitto tra nobili e “popolari”, ma si innestò su di esso il problema del contenimento dello strapotere delle grandi famiglie: quei “magnati” o “grandi”, come si dissero, che per tradizione militare e atteggiamento di comando, ricchezza, ampiezza di clientele, potevano avere un ruolo destabilizzante sulla vita civile della città. I ceti dominanti comunali, ampiamente commisti di famiglie nobili e famiglie di mercanti e artigiani, tentarono politiche che da un lato contenessero il contrasto guelfo-ghibellino e da un lato ponessero limiti al potere delle grandi famiglie di ambedue le parti. Tutto questo si concluse in solenni atti di pacificazione tra famiglie e in leggi che vietavano ai potenti l’accesso ad alcune cariche di governo, imponevano ad essi garanzie contro le eventuali offese ai “popolari” e comminavano pene severe in caso di turbamenti dell’ordine pubblico. A Firenze il momento pacificatorio ebbe un suo esito compromissorio e dunque instabile nel 1280 e la legislazione antimagnatizia ebbe un esito altrettanto problematico nel 1293, in ambedue i casi con un ritardo rispetto ad altre realtà comunali dell’Italia centrale quali Siena e Bologna. Nel frattempo, la rivolta siciliana del 1282 (Par. VIII) abbatté il potere di Carlo d’Angiò nell’Italia meridionale, lo intaccò ovunque e vide la contrapposizione all’angioino della casa reale di Aragona, che si volle erede di Manfredi e nuovo sostegno del ghibellinismo. A lungo sarebbero state realtà politiche contrapposte il regno aragonese di Sicilia e il regno angioino di Napoli. Dante avrebbe collocato nel Purgatorio, vicini l’uno all’altro, quei regnanti che in terra erano stati nemici tra loro (Pg. VII), e avrebbe espresso nell’insieme della questione angioino-aragonese giudizi un po’ ambigui. Dobbiamo pensare che ai suoi occhi nessuno di quei sovrani meritasse una supremazia tale da poter rivendicare un ruolo imperiale, l’unico che Dante riteneva veramente importante per le sorti dell’Italia. Mentre si dispiegava quel nuovo scenario degli anni Settanta e Ottanta del Duecento Dante viveva le sue prime esperienze di matrimonio e di paternità, proseguiva e completava una formazione culturale di alto livello, retorica, letteraria e filosofica, e avviava la propria partecipazione alla vita militare, politica e amministrativa della sua città. Questo però non prima della fine degli anni Ottanta. Nel giugno del 1289 (aveva dunque ventiquattro anni) partecipò alla battaglia di Campaldino, scontro tra i guelfi fiorentini e i ghibellini di Arezzo, che avrebbe rievocato nella Commedia (Pg. V). Pochi anni dopo si attuava, come ho accennato, la legislazione antimagnatizia fiorentina per iniziativa di Giano della Bella, che Dante collocherà nel Paradiso con una ampia e complessa valutazione (Par. XVI). Contestuale a questa legislazione “popolare” fu l’obbligo di iscrizione ad una delle Arti per chi volesse partecipare ai Consigli. Nel 1295 Dante si iscrisse all’Arte dei medici e speziali, e dello stesso anno è un suo, forse primo, intervento in uno dei Consigli cittadini. Cinque anni prima era morta una nobile donna, Beatrice, della quale Dante si era innamorato e per la quale sveva scritto, continuando a scrivere dopo la morte di lei, una serie di poesie raccolte in un libro di taglio autobiografico, la Vita nova. Dopo quello del 1295 molti altri interventi di Dante in Consigli diversi sono documentati in questi ultimi cinque anni del Duecento; in alcuni di essi, e poi in una ambasceria al Comune di San Gimignano del maggio 1300, Dante si adoperò per contrastare l’aggressiva e destabilizzante politica attuata in Toscana dal papa Bonifacio VIII, che il poeta dirà atteso in inferno insieme ad altri papi simoniaci (Inf. XIX)(il viaggio della Commedia è immaginato nel 1300, il papa morì nel 1303, così Dante poteva solo anticipare la condanna divina). Nell’aprile del 1301 Dante fu nominato soprastante all’esecuzione di certi lavori pubblici, nello stesso mese e poi ancora nel giugno e nel settembre intervenne in alcuni Consigli. Ho detto nella lettura su Ulisse della modalità scarna secondo la quale erano registrate le delibere, così non ci si deve attendere di leggere un ampio resoconto del discorso pronunziato dal divino poeta; è però abbastanza certo che egli intervenisse per contrastare la politica di Bonifacio VIII e l’intervento del principe francese Carlo di Valois, che il papa aveva fatto intervenire, sotto pretesto pacificatorio, per affermare la propria supremazia in Toscana (di Carlo Dante farà cenno in Pg. XX, canto fondamentale per conoscere l’atteggiamento del poeta verso la casa reale di Francia e i suoi rami). Intorno a queste opzioni politiche si era andata formando una contrapposizione tra un partito filopapale, che si disse dei guelfi Neri, e un opposto gruppo politico ostile alla politica di Bonifacio VIII e Carlo di Valois, che si disse dei Bianchi, nel quale Dante si schierò. La divisione dei Bianchi e dei Neri si era inizialmente definita a Pistoia e fu importata a Firenze, dove trovò i rispettivi capofila in due clan familiari, i Cerchi e i Donati. Poco tempo dopo gli interventi di Dante nei Consigli, nel gennaio 1302, il podestà Cante dei Gabrielli da Gubbio, in seguito all’istruttoria del giudice Paolo da Gubbio, preposto alle questioni di corruzione, ingiuste estorsioni e lucri illeciti, pronunziava la condanna di quattro cittadini, tra i quali Dante, i quali avrebbero commesso quei reati mentre erano nell’ufficio dei priori, il massimo organo di governo comunale. Dante e gli altri imputati si erano nel frattempo allontanati da Firenze, o come nel caso di Dante erano già lontani per diversi motivi, e non si presentarono in un giudizio del quale molto probabilmente presagivano l’esito. Furono pertanto condannati in contumacia (la giustizia dell’epoca riteneva la contumacia equivalente ad una confessione di colpevolezza). La penalità era enorme, 5000 fiorini per ciascuno, e se non fosse stata versata si sarebbe proceduto, come di norma, alla distruzione dei beni dei condannati, per non dire di altre conseguenze (confino, interdizione da uffici eccetera). Nota. Il testo che ho citato in apertura è Michele Barbi, Vita di Dante, Firenze, Sansoni, 1961. Era stato scritto per l’Enciclopedia Italiana, poi fu edito da Sansoni nel 1933 con il titolo Dante. Vita, opere e fortuna. Delle altre biografie ricorderò solo quella di Giorgio Petrocchi, Biografia. Attività politica e letteraria, nell’ Appendice dell’ Enciclopedia dantesca, 1978, pp. 1-53. Fonte documentaria primaria per la biografia di Dante e dei suoi familiari è il Codice diplomatico dantesco, che meriterà un discorso a suo luogo. Autore: Paolo Cammarosano
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