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La belle-famille FR-PT
Quiz by Stephane METRAL
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La belle famille français dari
La Belle et la Bête
La Belle et La Bete
La belle époque
Il Simbolismo musicale in Francia La Francia è uno dei centri nevralgici della musica del ‘900. Parigi è dalla fine dell’Ottocento fino a tutta la prima metà del ‘900 il centro artistico per eccellenza. Tantissimi compositori passano per Parigi che è un centro di cultura internazionale dove si sviluppano tante delle avanguardie artistiche del periodo. Una serie di eventi particolarmente importanti che si sono svolto a Parigi nel corso della seconda metà dell’Ottocento e che ha influenzato molto anche la vita culturale sono le esposizioni Universali. Le esposizioni universali sono insieme fiere commerciali e mostre scientifico-culturali che vengono realizzate nelle più importanti città del mondo. Queste manifestazioni ricoprirono un ruolo molto significativo soprattutto nel periodo tra la seconda metà dell'Ottocento e i primissimi decenni del Novecento. Nelle grandi mostre-mercato ottocentesche venivano messi in vendita i prodotti esposti, dagli ascensori ai cannoni, dai telefoni ai motori a scoppio, ma allo stesso tempo venivano presentati ai visitatori, come si fa in un museo, i progressi scientifici raggiunti. Oltre ai progressi scientifici però vengono mostrati anche manufatti artigianali provenienti da tutte le parti del mondo. Il contatto con questi prodotti di culture diverse è un grandissimo stimolo per la cultura dei paesi che ospitano queste esposizioni e la musica risente tantissimo di questi contatti. Il primo esempio dell’influenza di questi nuovi contatti con culture lontane lo abbiamo in due compositori molto importanti che vivono tra la fine dell’800 e l’inizio del 900. Debussy e Ravel sono due esponenti di una delle correnti più importanti della musica francese il simbolismo musicale che si sviluppa in questo periodo. La musica ha come la funzione di rappresentare in maniera simbolica (quindi diciamo di evocare più che di rappresentare pedissequamente) stimoli di vario genere letterari, visivi (immagini, quadri, fotografie), uditivi (rumori ambientali, musiche tradizionali). Questo tipo di evocazione ha però il bisogno di distanziarsi dai suoni tradizionali che non sono più ritenuti adatti ad evocare delle immagini sonore forti. L’ispirazione arriva da una esposizione universale, quella del 1889. Come le Esposizioni hanno ispirato i Compositori Le strutture incredibili e le decorazioni delle esposizioni universali ispiravano i musicisti simbolisti. Opere architettoniche grandiose come la Torre Eiffel diventavano fonti di ispirazione per i compositori che cercavano di trasmettere attraverso la musica lo spirito innovativo e avventuroso di quei tempi. Questo li spingeva a esplorare nuovi suoni che potessero riflettere le meraviglie viste nelle esposizioni, creando musica che andava oltre il normale ascolto per evocare sentimenti e immagini. Il Gamelan Un momento decisivo per l’evoluzione della musica europea avviene durante l’Esposizione Universale di Parigi del 1889, quando il pubblico occidentale entra in contatto diretto con il Gamelan giavanese. Il gamelan è un insieme di strumenti prevalentemente a percussione, come gong, metallofoni e tamburi. La sua musica è organizzata in cicli ripetitivi e stratificazioni sonore, senza un sviluppo narrativo lineare. Non esiste una tensione armonica come nella musica tonale occidentale: il tempo musicale è circolare e il suono assume una funzione atmosferica. Questo incontro mostra ai compositori europei che è possibile pensare la musica in modo radicalmente diverso: senza armonia funzionale senza sviluppo tematico tradizionale privilegiando il timbro e la ripetizione L’influenza del gamelan non consiste nell’imitazione diretta, ma nell’assimilazione di un principio compositivo nuovo. La musica può essere statica, sospesa, evocativa, e tuttavia profondamente espressiva. Jardins sous la pluie Il brano Jardins Sous la Pluie è un brano per pianoforte composto da Debussy nel 1903 all’interno della raccolta denominata “Estampe” cioè stampe (in riferimento in particolare alle stampe giapponesi che si potevano ammirare nelle esposizioni universali). In questo brano attraverso l’uso di suoni molto veloci e staccati, che si ripetono a ondate sonore ora molto intense ora molto deboli, Debussy vuole rappresentare simbolicamente il rumore della pioggia sulle piante di un giardino. La musica eseguita durante le esposizioni spesso simboleggiava le speranze e le ambizioni del periodo, usando suoni che non erano tradizionalmente considerati musicali per creare atmosfere uniche. Questo tipo di musica aiutava gli ascoltatori a vedere il mondo in modi nuovi, proprio come le invenzioni e le strutture esposte durante gli eventi. Compositori come Debussy, con opere come "Prelude à l'après-midi d'un faune", mostravano come la musica potesse evocare un'atmosfera senza bisogno di parole o storie chiare, aprendo la strada a future esplorazioni musicali che continuano a influenzare i compositori anche oggi. In conclusione, le Esposizioni Universali della Belle Époque non solo mostrarono al mondo nuove tecnologie e idee, ma furono anche fondamentali per lo sviluppo di nuovi stili musicali che cercavano di esprimere pensieri e sentimenti profondi attraverso suoni innovativi e evocativi.
Musica e Spazio Bruxelles 1958 L'Esposizione L’Esposizione Universale di Bruxelles del 1958 rappresenta una svolta decisiva nella storia delle Expo e, più in generale, nel modo in cui il progresso viene immaginato e messo in scena. È la prima Esposizione Universale del secondo dopoguerra, organizzata in un contesto storico profondamente diverso rispetto a quello ottocentesco e della Belle Époque. Dopo le distruzioni della Seconda guerra mondiale, l’Europa guarda al futuro con l’esigenza di ricostruire, ma anche di ridefinire il proprio rapporto con la tecnologia, la scienza e la modernità. Il tema generale dell’Expo 58 è legato alla fiducia nel progresso scientifico e tecnologico come strumento di miglioramento della vita umana. Al centro dell’esposizione non c’è più soltanto la macchina industriale, ma l’idea di un futuro modellato dall’elettronica, dall’energia, dalle nuove forme di comunicazione e dalla ricerca scientifica. Il simbolo stesso dell’esposizione, l’Atomium, esprime visivamente questa visione: una gigantesca struttura ispirata al modello dell’atomo, che rappresenta l’entusiasmo per la scienza e per le sue applicazioni. Dal punto di vista organizzativo, l’Expo di Bruxelles mantiene la tradizionale presenza dei padiglioni nazionali, in cui i diversi Paesi presentano la propria identità culturale, tecnologica e produttiva. Tuttavia, accanto a questi, emerge con forza una novità significativa: la presenza dei padiglioni aziendali. Non sono più solo le nazioni a raccontare il futuro, ma anche le grandi imprese industriali e tecnologiche, che iniziano a svolgere un ruolo centrale nella costruzione dell’immaginario collettivo. Aziende come Philips non si limitano a esporre prodotti, ma propongono visioni, esperienze e ambienti immersivi. Il padiglione diventa uno spazio di sperimentazione in cui tecnologia, design, architettura e arti si intrecciano. Questo cambiamento segna un passaggio fondamentale: l’Expo non è più soltanto una vetrina statica, ma un luogo in cui il visitatore è coinvolto direttamente, invitato a vivere un’esperienza. In questo contesto, l’Esposizione Universale di Bruxelles del 1958 si distingue come un momento di transizione tra le esposizioni del passato e quelle contemporanee. È qui che prende forma un nuovo modo di concepire lo spazio espositivo, il ruolo della tecnologia e il rapporto tra arte, scienza e industria. Ed è proprio all’interno di questo scenario che nasce il Padiglione Philips, destinato a cambiare radicalmente il modo di pensare la musica, il suono e l’esperienza artistica. Il padiglione Philips Il Padiglione Philips nasce come uno dei progetti più radicali dell’Esposizione Universale di Bruxelles del 1958. L’azienda Philips decide di non limitarsi a presentare prodotti tecnologici, ma di costruire un’esperienza capace di mostrare il rapporto tra tecnologia, arte e percezione. Per questo affida il progetto a Le Corbusier, che concepisce il padiglione come un’opera totale, in cui architettura, suono e immagini sono pensati insieme fin dall’inizio. Un ruolo centrale nella progettazione è svolto da Iannis Xenakis, compositore e architetto, che applica principi matematici e geometrici alla forma dell’edificio. Il padiglione è progettato a partire da superfici complesse, in particolare iperboloidi e paraboloidi, forme curve generate da linee rette. Queste superfici consentono di costruire una struttura leggera ma stabile, composta da una serie di gusci che si innalzano verso l’alto come picchi o tende sonore. La scelta di queste forme non è soltanto estetica: esse rispondono a precise esigenze strutturali e acustiche, trasformando l’architettura in parte attiva dell’esperienza sonora. All’interno del Padiglione Philips il pubblico vive un’esperienza rigorosamente progettata. I visitatori entrano a piccoli gruppi e seguono un percorso obbligato della durata di pochi minuti. Durante questo breve attraversamento, sono immersi in un ambiente in cui architettura, musica e immagini agiscono simultaneamente. poème électronique La musica del Poème électronique composta da Edgard Varèse non è eseguita dal vivo, ma diffusa attraverso una rete di altoparlanti collocati lungo le superfici curve del padiglione. Grazie a questa disposizione, il suono può muoversi nello spazio: alcuni eventi sonori sembrano provenire dall’alto, altri dai lati o dal fondo, creando la percezione di masse sonore in movimento. La musica non è quindi soltanto una successione di suoni nel tempo, ma una vera e propria regia spaziale. Accanto alla componente sonora è presente una componente visiva altrettanto importante. Sulle pareti interne del padiglione vengono proiettate immagini statiche organizzate in sequenza, concepite da Le Corbusier come un racconto visivo per immagini. Le immagini sono sincronizzate con la musica e con i cambiamenti di intensità sonora: non illustrano il suono in modo diretto, ma dialogano con esso, creando corrispondenze, contrasti e tensioni. A completare l’esperienza intervengono la luce e l’architettura stessa. Le superfici del padiglione funzionano come schermo, come spazio di proiezione e come elemento simbolico. Ciò che il visitatore vede e ciò che ascolta si influenzano reciprocamente, dando vita a un dispositivo percettivo unitario. Ciò che accade all’interno del Padiglione Philips non è quindi uno spettacolo tradizionale, ma un’esperienza immersiva e multimediale. Il visitatore non è uno spettatore seduto, ma un corpo in movimento che attraversa lo spazio. Per la prima volta nella storia, la musica diventa parte di un progetto artistico totale, in cui suono, immagini, luce e architettura concorrono a costruire un’unica esperienza sensoriale.
VERSO 1 A metà del corso medio della vita umana, mi ritrovai in una foresta buia, perché avevo smarrito la giusta strada. Ahimè, quanto è difficile descrivere l’aspetto di questa foresta inospitale, intricata e difficile [da attraversare], a tal punto che al solo pensiero si rinnova in me la paura. [la selva] È tanto angosciante che la morte lo è giusto poco di più; ma per descrivere il bene che io trovai in essa, parlerò [prima] delle altre cose che vi ho visto. VERSO 10 Non so descrivere il modo in cui io vi entrai, tanto ero intorpidito nel momento in cui abbandonai la via della verità. Ma dopo che giunsi ai piedi di un colle, nel luogo in cui finiva quella valle che aveva turbato di paura il mio cuore, guardai verso l’alto e vidi la sua vetta già illuminata dai raggi di quel pianeta [il Sole] che conduce ogni uomo sulla giusta strada. Allora si acquietò un po’ la paura che a lungo era rimasta nel profondo del mio cuore durante la notte trascorsa nell’angoscia. VERSO 22 E come colui [il naufrago] che con respiro affaticato, uscito dal mare e giunto a riva, si volta verso le acque pericolose e le guarda, così il mio animo, che ancora era in fuga, si voltò indietro a guardare quel luogo che non aveva mai lasciato passar vivo alcun uomo. Dopo che ebbi fatto riposare un po' il corpo stanco, ripresi il cammino lungo il pendio deserto [del colle], in modo che il piede stabile [quello di appoggio] era sempre il più basso [dei due]. VERSO 31 Ed ecco [apparire], quasi all'inizio della salita, una lonza snella e molto agile, ricoperta di pelo maculato; e non si scansava da davanti al mio viso, anzi bloccava a tal punto il mio cammino che più volte mi girai per tornare indietro. Era il principio del mattino, e il sole sorgeva insieme a quella costellazione che lo accompagnava quando Dio (l’amor divino) creò inizialmente gli astri (quelle cose belle); così che erano motivo di speranza per me contro quella bestia dalla pelle screziata l’ora del giorno e la dolcezza della primavera; ma non al punto che non mi incutesse paura la visione che mi apparve di un leone. Questo sembrava procedere contro di me con la testa alta e con una fame rabbiosa, al punto che sembrava far tremare l'aria. VERSO 49 Ed una lupa, che di tutti i desideri sembrava piena pur nella sua magrezza, e che già aveva costretto molti uomini a vivere nella miseria, questa mi procurò un tale angoscia per la paura che si sprigionava dal suo aspetto, che io persi la speranza di raggiungere la cima del colle. E come colui che avidamente accumula denaro, e poi arriva il momento che gli fa perdere tutto, al punto che nell'animo si rattrista e piange; così mi ridusse la belva insaziabile e irrequieta, che, venendomi incontro, a poco a poco mi respingeva là dove il sole non fa luce [nella selva]. VERSO 61 Mentre precipitavo verso il basso, mi si offrì alla vista uno che, per via di un lungo silenzio, mi sembrava fosse senza voce. Quando lo vidi in quel luogo deserto e solitario, «Abbi pietà di me», gli gridai, «chiunque tu sia, fantasma o uomo reale!» Mi rispose: «Non sono un uomo [vivo], lo sono già stato, e i miei genitori furono lombardi, entrambi mantovani per nascita. Nacqui sotto Giulio Cesare, sebbene troppo tardi, e vissi a Roma sotto l’impero del buon Augusto, al tempo degli dèi falsi e ingannatori. Fui un poeta, e scrissi di quel giusto figlio di Anchise proveniente da Troia, dopo che la superba Ilio venne bruciata. Ma tu, perché ritorni al tanto dolore [della selva]? Perché non scali il piacevole colle che è origine e causa di totale gioia? VERSO 79 «Sei dunque tu quel Virgilio, quella sorgente che diffonde un così abbondante fiume di eloquenza?», gli risposi con il capo umilmente chinato. «Oh, gloria e luminosa guida per gli altri poeti, mi sia d’aiuto l'assiduo studio e il grande amore che mi ha spinto a leggere la tua opera. Tu sei il mio maestro e il mio autore [di riferimento], da te solo ho appreso lo stile elevato che mi ha dato prestigio. Guarda la belva a causa della quale mi voltai indietro; dammi il tuo aiuto contro di lei, famoso sapiente, poiché essa mi fa tremare le vene e i polsi». VERSO 121. Alle quali (cioè alle anime beate) poi, se tu vorrai salire, ti condurrà un'anima più degna di me: ti lascerò a lei quando me ne andrò; poiché quell'Imperatore che regna lassù [Dio], per via del fatto che fui ribelle alla sua legge, non vuole che io entri nella sua città [il Paradiso]. Egli regna in ogni luogo e qui [nell’Empireo] dimora; questa è la sua città e il suo trono: felice è colui che [Dio] vi destina». Ed io gli dissi: «Poeta, io ti chiedo in nome di quel Dio che tu non hai conosciuto, affinché io mi allontani da questo male [il peccato] e da quello ancor peggiore [la dannazione], che tu mi conduca là dove dicesti, affinché io veda la porta di San Pietro e coloro i quali tu descrivi tanto tristi». [Virgilio] allora si mise in cammino, ed io lo seguii.
IL VENDITORE DI FRASI GENTILI Ne offriva ogni giorno, in continuazione, come un albero che non smette mai di fiorire, e di quei fiori offriva sempre quello più adatto e gradito. Solo che Giannino non offriva in omaggio rose o mughetti, ma parole tanto delicate da sembrare altrettanti petali che componevano una frase più gentile di qualsiasi fiore. Girava per la città portando nel cuore una serra fiorita di frasi gentili, sempre pronto ad offrirne una a chi ne avesse bisogno. Bastava dargli pochi centesimi per sentirsi dire qualcosa di sorprendente e delizioso: uno era triste per un rimprovero ingiusto? Era andato male a scuola? Aveva avuto una delusione d'amore? Giannino aveva una frase pronta per tutti. Le soddisfazioni maggiori le dava nei parchi alle coppie degli innamorati che passeggiavano o sedevano abbracciati sulle panchine. I ragazzi timidi che non sapevano fare i complimenti, con 50 centesimi potevano offrirne alla loro compagna di bellissimi, come si offrono delle rose. Per via dello strano mestiere che faceva, Giannino divenne famoso e le sue frasi più belle cominciarono a circolare in tutta la città. Insomma, grazie a lui la gente cominciò a rivolgersi la parola con amore e poetica gentilezza. Per questo, a poco a poco, il suo mestiere finì: nessuno aveva più bisogno di ascoltare o farsi suggerire frasi gentili, ormai le udiva ovunque e aveva imparato a dirle da sé. Ma Giannino, contento di sentire ovunque poesia e gentilezza, non si dispiacque di restare disoccupato. Anche perché, in segno di gratitudine, il Consiglio comunale, a nome di tutta la cittadinanza, gli assegnò una discreta pensione.